randazzo

L’essenza del libro “I duellanti di Algeri” scritto da Francesco Randazzo, autore geniale e poliedrico, regista e maestro d’arte, può essere ricondotta all’epilogo in cui la professoressa Inés Cilantro Pincel esprime la sua valutazione entusiastica della storia che le viene raccontata nel mezzo di un buffet in cui qualche bicchiere di vino scioglie la lingua del nostro autore. Una storia bellissima e incredibile in cui non c’è niente da dimostrare, una narrazione che vale per sé, viaggia nella storia con continue entrate ed uscite temporali in un gioco millenario di intarsi. Un’opera di fantasia che almanacca sul passato e parla del contemporaneo accennando con maestria alla necessità salvifica di un’enorme opera di soccorso e protezione della cultura per preservarla da una cospirazione potentissima che propugna un controllo sulle masse delle quali è necessario salvaguardare un livello prestabilito di ignoranza. Si affaccia il Randazzo che conosciamo, profondamente radicato nel presente che affonda la sua lama di parole selezionate e potenti nella questione delle questioni: la manipolazione delle coscienze perché «è più facile manipolare ignoranti senza fantasia né discernimento! E’ ovvio».

L’avvio della narrazione che si snoda con maestria su un’originale linea narrativa –  il cui incipit si dichiara alla metà del racconto, come una storia dentro ad un’altra storia,  che parte dal ritrovamento di un manoscritto di Cervantes in una biblioteca segreta che custodisce libri inesistenti – è una tenzone spettacolare di idee sulla vita, sulla realtà e il potere, sull’amore, tra Antonio Veneziano, un poeta siciliano e l’intramontabile padre della letteratura spagnola Miguel Cervantes “Erano, questi due hidalgos fierissimi, accomunati dalle menti affilatissime, dal fiorire dei pensieri e invenzioni verbali vividissime, distinti però nel fisico e nel carattere come il giorno e la notte”.

Il primo palcoscenico del romanzo è un’oscura cella delle prigioni del crudele Assan, signore di Algeri nell’ultimo scorcio del 1500. «Stremati nel fisico ma impuntati nell’orgoglio della mente, l’unica cosa che, avevano capito, potesse salvarli dall’impazzimento e dall’abbandono d’ogni residua volontà d’esistere, ogni notte si fronteggiavano, l’uno dinanzi all’altro, diritti per quanto la loro debolezza gli permettesse, con gli sguardi l’uno sull’altro e un sorriso di sfida e complicità». La loro sopravvivenza è affidata alla salute dell’anima e della mente che curano con la creazione di realtà immaginarie e di storie prodigiose e potenti capaci di spaesarli per consentire loro di involarsi al di sopra delle crudeltà che quotidianamente vivono. Si unisce alla compagnia, inserito in funzione di spia dal perfido Assan che vuole conoscere i piani di fuga dei due valorosi, un andaluso, antesignano di Sancho Panza, tale Pancho Barrigòn, rivelatosi poi estimatore dei due personaggi e loro compagno d’avventura. Quando si realizzano i piani di fuga dei nostri eroi, sui tre personaggi si apre l’indefinibile vastità del mare e le loro avventure proseguono coinvolgendo il lettore in un continuo cambio di scena dai fondali fantasmagorici: dal traino dei delfini all’isola delle pecore cannibali e al canto della pecora con il volto di teneri lineamenti, Lisabella Candida.

Assistiamo in questo romanzo al trionfo della fantasia e dell’immaginazione unite alla consapevolezza dei pericoli che corre l’essenza dell’uomo nella nostra contemporaneità; lo dichiarano le parole stesse di uno dei personaggi, Antonio Veneziano, che ad un certo punto della storia afferma: «La realtà è una prigione, Don Miguel. Devo romperla, frantumarla, raccoglierne i cocci e ricomporla ogni giorno. Con questi versi, con questo amore mio disperato e tradito, io faccio i conti con le ragioni stesse della mia esistenza. Nessuno sa quanto io ne soffra. Nessuno immagina quanto questo soffrire in me rischiari, con la luce della fantasia, l’oscurità interiore che mi tormenta; e anche se solo per pochi istanti, io ho l’illusione, la speranza di una felicità semplicissima e immensa».

La narrazione spazia con estrema libertà alternando mondo reale con scenari immaginari, e viaggia con brusche andate e ritorni anche dal passato al presente. Lo stile espositivo è perfettamente coerente con le alterne vicende, e capace di creare una promiscuità di toni adatti ai diversi scenari. L’autore ci fa dono di un’espressività composita, burlesca o eroicomica e, talora, epica. L’inserimento dei versi poetici contribuisce a rendere l’opera ariosa e dinamica come si confà ad un racconto di viaggio scandito da innumerevoli colpi di scena e approdato alfine, e non casualmente, in Sicilia, terra natia dell’autore.

La ricchezza inventiva ed espressiva di questo romanzo, pertanto, chiama in causa altri importanti autori del versante visionario della scrittura siciliana, come ad esempio Angelo Maria Ripellino, Giuseppe Bonaviri, Antonio Russello o Gesualdo Bufalino.

In un’intervista, alla richiesta di consigli ai giovani che oggi in Italia vogliono fare i registi, gli autori o gli attori, Randazzo risponde: «non seguite i consigli, ma studiate come matti, siate propositivi, scavalcate gli ostacoli, siate nomadi, generosi, umili ma testardi, rompicoglioni e creativi: questo è il minimo che serve».

In queste parole si ravvede la cifra di un autore a tutto tondo, coltissimo e teneramente schivo come un cavaliere d’altri tempi, dotato di un’umanità che rifugge i circuiti mercantili e votata all’impegno culturale e alla drammaturgia militante.

Anna Laura Bobbi

Il ruggito del fiore

Pubblicato: 7 aprile 2018 in Poesia

Quando sanguina il cuore

raccoglilo in pozze

il sangue

fanne occhi

fanne sguardi

fanne mani

ruba la dedizione al giardiniere

sarà foglie

sarà tralci

avrà forza come il ruggito del fiore

che spacca la terra

per respirare luce.

 

primaguerra

Fateli azzittare, ma’!

Io non le posso sentire queste voci che garriscono e mi riempiono il silenzio, io me lo merito il silenzio, non mi guardate sdegnata, cercate di capire col cuore, anche se sembrate indurita dal lavoro e dalla pena, ce l’avete negli occhi il cuore che mica lo potete nascondere.

Chissà come sono gli occhi della madre di Sandro? Non conoscete né Sandro né sua madre? E’…era il mio compagno di trincea, quello più coraggioso, lui mi incitava, mi dava allegria; dai, mi diceva, che ci torni dalla tua bella, mica possiamo morire dentro a questo fango dopo tutta la strada che abbiamo fatto. Che si sale per essere incavernati?

Sandro mio, gli rispondevo, abbiamo scavato a zig zag per chilometri, camminiamo a punto interrogativo e ci dicono di rimanere aggrappati al terreno con le unghie e con i denti, diventeremo terra, altro che fossati, caverne e sepolture, ci appiattiremo fino a mischiarci col suolo, che non è quello di casa mia, quello che lavoravo con mio padre; la terra pietrosa del Carso non è soffice e profumata come quella della mia campagna, dove arriva l’odore del fieno, il maggengo appena colto. Sandro non sapeva cos’era il maggengo, ma’, lui così istruito si incantava a sentirmi quando gli raccontavo delle notti di giugno che con Alba ci rotolavamo dentro ai mucchi di paglia ai bordi dei campi appena mietuti. Con le mie parole, gli facevo sentire l’odore a Sandro di quella paglia inumidita dai vapori della notte e pure dal sudore mio e di Alba, e mi pareva di sentirli pure a me quei profumi,  mischiati all’aroma di violette che spargeva la bocca di Alba.

Quando è stato ferito e sono riuscito a trascinarlo via dal reticolato, con la gamba stritolata dalla granata caricata a polvere nera, mentre strisciavo pancia a terra, nero di notte, nero di paura, nero di polvere della granata, gli sussurravo:  stai zitto Sandro, non ti devono sentire che sennò ci accoppano;  pensa al grano, è giallo come l’oro, quando si dondola al vento, è giallo come la gonna di Alba ricamata di papaveri che ballano con le sue gambe. Pensa Sandro che andrai finalmente a casa e ti cureranno e magari per te finisce qui la guerra. E’ finita la guerra per Sandro, madre, e pure la vita: non lo potevamo trasportare, non lo potevamo curare, se lo sono mangiato il fango e la cancrena.

Fateli azzittare, ma’, che sono questi canti? Non c’è niente da festeggiare, solo la fortuna mi ha fatto ritornare a casa, è più giusto così: non può esserci una provvidenza che sceglie e separa, in base ai meriti, chi deve vivere e chi deve morire, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Sandro era buono come migliaia di compagni miei. Non può esserci la provvidenza, madre, se c’è la guerra.

Fatemi sentire l’odore delle vostre mani, è odore di casa, anche se non ricordavo queste nocche sporgenti e questa pelle rinsecchita;  anche voi siete così smagrita, madre mia, che vi si legge sulle ossa il peso della casa, il peso dei campi da lavorare, delle bocche da sfamare, il peso del dispiacere  e della condanna. Dite che non vi ho scritto? Non c’era niente da scrivere, non mi veniva di scrivere dentro a quella trincea buia e fangosa, su quattro pezzi di legno che mi facevano da letto; magari dovevo scrivere: sto bene, mangio, presidio il terreno che abbiamo strappato ai cecchini austriaci; magari dovevo scrivere queste notizie per farvi stare tranquilla, ma alla vostra tranquillità, giuro madre, non mi veniva di pensare, mentre agguantavo  la terra e mi facevo piccolo piccolo, per occupare meno spazio e offrire meno corpo alle raffiche delle mitragliatrici e ai sibili delle granate. Non mi veniva di scrivere neanche ad Alba, e sì che ci pensavo a lei e che leggevo tutte le lettere che mi mandava; arrivavano dopo mesi le lettere di Alba.

D’estate mi sentivo raccontare della legna che era finita e dell’albero di natale addobbato sugli arbusti del ginepro. D’inverno  mi facevano rabbrividire (e pure avvampare) le descrizioni dei bagni al laghetto con le ragazze  in costume. Pure tra gli scoppi e i sibili, me lo sognavo di notte il costume di Alba e le scollature che lasciavano indovinare i ritagli della sua pelle bianca e morbida.

Non ho risposto a Alba neanche quando mi ha scritto che non riusciva a ricordarsi della mia faccia e del colore che avevo dentro agli occhi e che aveva  conosciuto un ragazzo che le piaceva e usciva con lui. Non mi veniva di scrivere, nemmeno la rabbia e le fitte che mi dava il pensiero di Alba tra le braccia di un altro, mica potevo combattere pure per mantenermi la ragazza!

Per fortuna ho letto la lettera quando avevo l’unghia dell’alluce incarnita; una tribolazione quelle scarpe strette, levate a un compagno morto, che a lui tanto non servivano più e invece io dovevo trascinarmi i piedi sulla neve con gli scarponi che mi avevate comprato voi, ormai tutti sgarrati, che dovevo legarli con lo spago per tenerli attaccati ai piedi.

Le scarpe che ho preso al compagno morto erano di due misure più piccole della mia e mi stringevano da morire sui piedi semicongelati e gonfi di geloni. Non mi sono accorto dell’unghia, finché non ho visto che era diventata rosso- bluastra e il dito mi pulsava come quando ti prendi una paura e il cuore te lo senti nella gola. Che il cuore m’è finito nel piede? Facile, ce l’ho ovunque con questi spaventi che ci prendiamo, mi sono detto. Insomma mi è venuto l’ascesso.

C’era un tenente che nella vita faceva l’infermiere e che mi ha inciso il giradito con un paio di forbiciacce arrugginite, sterilizzate col cognac. E’ andata bene, ve l’ho detto madre, è questione di fortuna, è una collana di eventi che ti si risolvono a favore; chiodo schiaccia chiodo, dolore al piede schiaccia dolore per la lettera di Alba. Altro che provvidenza!

State zitti, tutti! Spegnete la lampada che verranno giorni da lupi, altro che canti e balli mica è finita la guerra.

27 copertina ter

Si immagini  uno spazio teatrale, con al centro una pedana,  meglio definita da un intenso fascio di luce, con  ai lati  sedute alcune persone, che  di volta in volta entrano nel fascio di luce e si rivolgono ad un pubblico immaginario con la volontà di parlare, dire le loro ragioni: sono Personaggi di diversa e variegata provenienza umana e sociale: c’è Sandro, reduce della prima guerra mondiale, che evoca le brutture della guerra e la desolazione in cui sono costretti a vivere i soldati, Rebecca che evoca il piccolo mondo del vicolo in cui abita, che si popola di personaggi di un mondo in cui la quotidianità rimane stampata nel tempo e sembra che duri in eterno; Agnese, ragazzina taciturna  e apparentemente svagata in cui si racchiude la stoffa di una appassionata lettrice; la vecchietta di Via del Mandorlo; la donna, divorata dall’ansia del viaggiare che compie un viaggio dentro di sé per ritrovare il fuori che scuote le sue emozioni, il reduce dalla guerra del l’Afganistan, Evandro il Chitarrista , la donna ” appassionata della vita”e altri personaggi che si muovono nei racconti in cui l’autrice evoca il popoloso  mondo della sua immaginazione o ricava da realtà che hanno colpito la propria sete di utopia.

Tutti hanno il desiderio di esprimere un rapporto complesso con la realtà, con la vita nella quale spesso non trovano la soluzione di quelle pozioni dialettiche nelle quali si involvono ed in cui non c’è pacificazione. I motivi sono vari a seconda delle situazioni particolari ma in tutte circola la volontà di una autenticità, di una ricerca di motivazioni e di considerazioni che rendano credibile il loro esistere; spesso si individua in loro una volontà di affermazione, altre volte quella di amara rassegnazione.

Varia è la dimensione sociale di queste persone, né tale da incidere sulla caratterizzazione dei loro comportamenti; sono invece le ragioni interiori, l’affiorare di pulsioni emotive, che spesso possono decidere di una scelta o di una svolta decisiva nella vita.

Sono “ personaggi” , che diventano icone di un disagio esistenziale,  vero  orizzonte costante entro il quale essi si muovono. La loro evidenza non sarebbe però credibile se non fosse espressa in un linguaggio appropriato, per il quale consistono, a nostro avviso,  e  giustificano le loro ragioni.

Nel percorso della sua  attività di scrittura Anna Laura si era infatti segnalata fin dall’inizio per l’attenzione da lei posta verso un superamento della dimensione realistico naturalista della scrittura, a favore di un potenziamento della scrittura in virtù  di una efficace attenzione rivolta alla espressività. Il privilegio da lei accordato all’espressionismo la portava alla utilizzazione  di livelli di scrittura che tendevano al superamento del tono medio verso escursioni al limite dell’azzardo, verso una forma  che avresti detto di “ prosa d’arte”, tanta era la tensione di  coniugare prosa e poesia. La scrittura diventava preziosa ma a vantaggio di una dicibilità delle dimensioni più intime  dei personaggi.

Con lo sperimentalismo linguistico, l’autrice aveva avuto modo di esercitarsi in vari modi, dal recupero della dimensione “mitica “ a quella di un interiorismo spinto ma mai era riuscita in modo così organicamente realizzato.  Lo sforzo di far strada ad un nuovo realismo si avverte ad ogni piè sospinto nella costruzione del personaggio e nel proporcelo con tanta evidenzia e con una partecipazione così avvincente.

Ho parlato di maturità di scrittura; senz’altro, la sponda naturalistica della costruzione narrativa è ormai saltata, sì, perché angusta ,  e in qualche modo troppo riduttiva, interviene invece un taglio narrativo in cui l’identità dei soggetti narrati ne esce irrobustita fino a toccare le soglie del monologo interiore in cui si avvicendano  emozioni e sensazioni diverse, unificate solo dall’ansia del dire,  del confessare.

L’io unitario della tradizione narrativa tradizionale si è completamente infranto ed ne emerge invece la complessità delle motivazione emotive (penso a Era il mio viaggio). E’ in questo senso che  ogni “ racconto”, per la sua recitabilità  ha una suggestione autenticamente teatrale. Il dire e il raccontare hanno bisogno di un palcoscenico; i personaggi  sembrano rivolgersi ad ideali  lettori- spettatori.  La struttura stessa del linguaggio che procede attraverso frasi con costruzione ellittica, parattica, nella volontà di imitare un parlato, con tratti di disinvoltura, dice non solo della dimensione sociale del personaggio ma della sfiducio dell’autrice nei confronti di certe  scelte stilistiche.

Anche quando il testo non consiste col parlato del personaggio  e quindi sembra che rientri nel canone della narrazione di tipo realistico,  anche lì l’autrice procede con  soluzioni audaci  in cui la metafora, l’ analogia e    altre figure retoriche la fanno da padrona e  ci dicono della modernità dell’impianto narrativo ed espressivo del testo. Considero questo testo come la prova narrativa più matura di Anna Laura.

Pubblicato: 25 maggio 2015 in Senza categoria

Anna Laura Bobbi: Ventisette racconti

Categoria: SCRITTURE

di Antonio Fresa

domenica, 24 maggio 2015
Una raccolta di racconti che esplorano la complessità dei rapporti umani e il valore della memoria dei luoghi e delle persone.

1) Inquadrare i racconti
ventisette racconti anna laura bobbiPer avvicinarci alla raccolta di racconti diAnna Laura Bobbi, mi sembra opportuno e necessario offrire alcune brevi osservazioni che possano accompagnare il lettore nell’incontro con i testi: nessuna pretesa di esaustività o di giudizi definitivi.
Se l’espressione è adeguata, parlerei, piuttosto, del diario di un lettore che prova a condividere, con altri lettori, le riflessioni intorno ad un testo.
Senza queste osservazioni, dal punto di vista che propongo, potrebbero non risultare, infatti, del tutto evidenti i meriti insiti in quest’opera e l’importante ruolo che in essa giocano il tono complessivo della narrazione e la tensione etica della scrittura.
Il primo punto sul quale invitare il lettore a convogliare l’attenzione, è la forza narrativa del racconto stesso; tale formula, negli apparati che accompagnano il cammino della storia letteraria, non è sempre di facile sistemazione.
In effetti, due estremi ci attendono, nella predilezione o nel rifiuto di quella formula narrativa che è il racconto: ci sono scrittori salutati come grandi maestri del racconto e scrittori che dal racconto si sono tenuti sempre alla debita distanza.
Questo spazio, così immediatamente estremizzato, ci lascia intendere la scivolosità del terreno del racconto, sempre a rischio di un giudizio legato alla mancanza, alla brevità, come una sorta di romanzo non sbocciato, o non sviluppato del tutto nelle sue valenze e possibilità.
Il lettore, nella sua frequentazione dei testi, difficilmente avrà scansato l’annoso dibattito sulla difficile linea di separazione fra il romanzo breve e ilracconto lungo.
Il rischio da evitare di cadere nel semplice bozzetto, o, assecondando un tipo di sensibilità del tutto opposto, il cammino dei piccoli “poemi in prosa” sono, infine, altre e sufficienti estremizzazioni per consentire a noi tutti di ipotizzare un quadro di riferimento entro cui accogliere i racconti.
In uno schema riassuntivo, potremmo affermare che nella definizione di “racconto”, la nostra tradizione letteraria ha finito con il comprimere un’ambigua serie di rimandi che, non a caso, coprono lo spazio che separa la prosa dalla poesia, fino al tentativo di descrivere e codificare il romanzo stesso. Si aprirebbe così una sorta di “terra di mezzo” che, nella sua incertezza e nella sua renitenza a farsi immediatamente cogliere, rende i racconti, almeno per chi è qui chiamato a scrivere, una delle forme più intriganti dell’intero panorama letterario.
Non è un caso, infatti, che grandi autori – Maupassant, Carver, Pirandello, Verga, e su tutti, forse, Cheever – hanno saputo rendere insostituibile il racconto, facendoci comprendere non solo la sua dignità, ma anche la sua ineludibile particolarità, il suo timbro, la sua impostazione.
Abbiamo così provato ad affrontare l’aspetto “identificativo del testo”.

2) Dare voce
In un suo famoso discorso, pubblicato in Italia con il titolo “La missione dello scrittore”, Elias Canetti definiva, con parole di rara intensità, il compito che ogni autore, che voglia avere la pretesa di raccontarci spicchi di realtà, dovrebbe far proprio.
Riporto direttamente le sue parole:
Questo, secondo me, è il vero compito degli scrittori. Grazie a una capacità che una volta era di tutti e che ora è condannata all’atrofia, capacità che essi ad ogni costo hanno il dovere di conservare, gli scrittori dovrebbero tenere aperte le vie d’accesso tra gli uomini. Dovrebbero essere capaci di diventarechiunque, anche il più piccolo, il più ingenuo, il più impotente.”.
Come ripercorrere le parole di Canetti e come giudicarle? In primo piano, mi sembra vada posto l’enorme impegno etico che esse comportano per chi si avventura nella scrittura e nella narrazione.
Nell’edizione che ho avuto la fortuna di leggere, sono rese ben visibili le due parole che anche qui abbiamo evidenziato: tra e chiunque.
Il vero scrittore, secondo il monito di Canetti, abdica, dunque, alla pretesa di narrare se stesso; il vero scrittore sa vivere una continua, faticosa e intensa metamorfosi che lo porta a entrare “nella pelle degli altri”, “negli occhi degli altri”, “nella voce degli altri”.
Assumere il punto di vista di chi non ha strumenti per raccontarsi, offrire la propria penna a chi non sa descrivere il dolore o anche la gioia che lo opprimono, prestare il proprio fiato a chi non ha più la voglia di respirare: questo il compito per chi sa entrare tra gli uomini e sa narrare la vita dichiunque, perché chiunque ha una preziosa storia da narrare e mostrare.
Così potrebbe esser continuato un lungo elenco degli elementi che lo scrittore decide di mettere a disposizione di altri esseri umani che sono soli, o negletti, o dimenticati.
Il circolo si chiude, seguendo sempre le parole di Canetti, quando, incredibilmente e meravigliosamente, lo scrittore scopre che narrare degli altri serve a narrare di sé, di quell’umanità che resta imprigionata in ogni essere umano, di quella passione che anima ogni vita, di quella linfa che scorre in tutte le anime. Così si compie il miracolo continuato e ripetuto della parola letteraria, di quella parola che non appartiene allo scrittore, ma al suo testo, alla sua narrazione, al suo racconto, quasi come qualcosa che viva una vita autonoma: quella vita autonoma è la vita di tutti quelli che lo scrittore ha saputo trarre dall’ombra e dal silenzio, prestando la sua voce.
Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria. Questa la traccia che abbiamo seguito per legare i racconti di Anna Laura Bobbi alla citazione di Canetti.
Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria: queste le parole di Anna Laura Bobbi. Questo passaggio è quasi nascosto o lasciato cadere lì in un racconto, in un percorso narrativo.
Sembra, infatti, che la Bobbi abbia piena consapevolezza della metamorfosi che è chiamata a compiere per raccontare tante storie di donne e uomini, ma sembra anche che l’autrice non voglia costringere il lettore a prendere questa capacità come cifra della sua scrittura.
In altri termini, la scrittrice vuole attirare il lettore prima con la forza espressiva della sua parola, e poi mostrargli la forza etica di quella scrittura stessa.

3) Raccontare gli assenti
Non appaia strano questo movimento, questo tentativo di dissimulare lo sforzo di attenzione: è proprio in questa ritrosia che si raccoglie in pieno la forza con cui Anna Laura Bobbi tratta le creature che entrano nel suo universo narrativo. Non ci sono slogan, non ci sono urla, non ci sono ammonimenti di carattere moralistico. La parola mostra e racconta; è un lavoro al tornio che lentamente definisce l’oggetto sgrossandolo e ponendolo al centro del testo.
Luoghi, persone e oggetti assumono in questi racconti – tutti accomunati da una grande cura nelle scelte linguistiche e semantiche per descriverli – un’identità ben definita ed emergono dalla trama delle singole storie, restando indelebili nella memoria del lettore.
Nelle pagine di questa raccolta, la Bobbi – si tratti di un vicolo della sua città natale o di una sperduta landa dell’America centromeridionale – pone la stessa cura nella scrittura e la stessa intensità nella descrizione, per far intendere a chi non ha visto o a chi ha fatto finta di non vedere.
Le parole della scrittrice portano luce: negli angoli più riposti dell’animo umano indagando motivazioni e pulsioni; negli spazi dei vicoli e delle strade della memoria; nelle piante che con la loro fiorita ciclicità accompagnano le stagioni della vita. La parola serba quello che è stato sentito, amato, creduto, sperato, detto, affermato.
Una finestra o una porta, nel loro esser aperte o nel loro rimaner chiuse; una voce nell’intonare la parola giusta o nel suo farsi inesprimibile singulto, sono dettagli che il viaggiatore, attento dello spazio e del tempo, sa osservare, immagazzinare, e infine riportare alla vita. Da questa serie di piccoli miracoli ed epifanie nasce il fascino dei racconti di Anna Laura Bobbi.
Antonio Fresa

27 inviti

Con ritrosia
quasi balbettando si affacciano
tra le foglie
a dire -ci siamo-
   piccole volontà di risalita
E tutto il colore che vuoi

Prefazione di Antonio Fresa 

Per avvicinarci alla raccolta di racconti di Anna Laura Bobbi, mi sembra opportuno e necessario offrire alcune brevi osservazioni che possano accompagnare il lettore nell’incontro con i testi: nessuna pretesa di esaustività o di giudizi definitivi.

Se l’espressione è adeguata, parlerei, piuttosto, del diario di un lettore che prova a condividere, con altri lettori, le riflessioni intorno a un testo.

Senza queste osservazioni, dal punto di vista che propongo, potrebbero non risultare, infatti, del tutto evidenti i meriti insiti in quest’opera e l’importante ruolo che in essa giocano il tono complessivo della narrazione e la tensione etica della scrittura.

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Il primo punto sul quale invitare il lettore a convogliare l’attenzione, è la forza narrativa del racconto stesso; tale formula, negli apparati che accompagnano il cammino della storia letteraria, non è sempre di facile sistemazione.

In effetti, due estremi ci attendono, nella predilezione o nel rifiuto di quella formula narrativa che è il racconto: ci sono scrittori salutati come grandi maestri del racconto e scrittori che dal racconto si sono tenuti sempre alla debita distanza.

Questo spazio, così immediatamente estremizzato, ci lascia intendere la scivolosità del terreno del racconto, sempre a rischio di un giudizio legato alla mancanza, alla brevità, come una sorta di romanzo non sbocciato, o non sviluppato del tutto nelle sue valenze e possibilità.

Il lettore, nella sua frequentazione dei testi, difficilmente avrà scansato l’annoso dibattito sulla difficile linea di separazione fra il romanzo breve e il racconto lungo.

Il rischio da evitare di cadere nel semplice bozzetto, o, assecondando un tipo di sensibilità del tutto opposto, il cammino dei piccoli “poemi in prosa” sono, infine, altre e sufficienti estremizzazioni per consentire a noi tutti di ipotizzare un quadro di riferimento entro cui accogliere i racconti.

In uno schema riassuntivo, potremmo affermare che nella definizione di “racconto”, la nostra tradizione letteraria ha finito con il comprimere un’ambigua serie di rimandi che, non a caso, coprono lo spazio che separa la prosa dalla poesia, fino al tentativo di descrivere e codificare il romanzo stesso. Si aprirebbe così una sorta di “terra di mezzo” che, nella sua incertezza e nella sua renitenza a farsi immediatamente cogliere, rende i racconti, almeno per chi è qui chiamato a scrivere, una delle forme più intriganti dell’intero panorama letterario.

Non è un caso, infatti, che grandi autori – Maupassant, Carver, Pirandello, Verga, e su tutti, forse, Cheever – hanno saputo rendere insostituibile il racconto, facendoci comprendere non solo la sua dignità, ma anche la sua ineludibile particolarità, il suo timbro, la sua impostazione.

Abbiamo così provato ad affrontare l’aspetto “identificativo del testo”.

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In un suo famoso discorso, pubblicato in Italia con il titolo “La missione dello scrittore”, Elias Canetti definiva, con parole di rara intensità, il compito che ogni autore, che voglia avere la pretesa di raccontarci spicchi di realtà, dovrebbe far proprio.

Riporto direttamente le sue parole:

“Questo, secondo me, è il vero compito degli scrittori. Grazie a una capacità che una volta era di tutti e che ora è condannata all’atrofia, capacità che essi ad ogni costo hanno il dovere di conservare, gli scrittori dovrebbero tenere aperte le vie d’accesso tra gli uomini. Dovrebbero essere capaci di diventare chiunque, anche il più piccolo, il più ingenuo, il più impotente.”.

Come ripercorrere le parole di Canetti e come giudicarle? In primo piano, mi sembra vada posto l’enorme impegno etico che esse comportano per chi si avventura nella scrittura e nella narrazione.

Nell’edizione che ho avuto la fortuna di leggere, sono rese ben visibili le due parole che anche qui abbiamo evidenziato: tra e chiunque.

Il vero scrittore, secondo il monito di Canetti, abdica, dunque, alla pretesa di narrare se stesso; il vero scrittore sa vivere una continua, faticosa e intensa metamorfosi che lo porta a entrare “nella pelle degli altri”, “negli occhi degli altri”, “nella voce degli altri”.

Assumere il punto di vista di chi non ha strumenti per raccontarsi, offrire la propria penna a chi non sa descrivere il dolore o anche la gioia che lo opprimono, prestare il proprio fiato a chi non ha più la voglia di respirare: questo il compito per chi sa entrare tra gli uomini e sa narrare la vita di chiunque, perché chiunque ha una preziosa storia da narrare e mostrare.

Così potrebbe esser continuato un lungo elenco degli elementi che lo scrittore decide di mettere a disposizione di altri esseri umani che sono soli, o negletti, o dimenticati.

Il circolo si chiude, seguendo sempre le parole di Canetti, quando, incredibilmente e meravigliosamente, lo scrittore scopre che narrare degli altri serve a narrare di sé, di quell’umanità che resta imprigionata in ogni essere umano, di quella passione che anima ogni vita, di quella linfa che scorre in tutte le anime. Così si compie il miracolo continuato e ripetuto della parola letteraria, di quella parola che non appartiene allo scrittore, ma al suo testo, alla sua narrazione, al suo racconto, quasi come qualcosa che viva una vita autonoma: quella vita autonoma è la vita di tutti quelli che lo scrittore ha saputo trarre dall’ombra e dal silenzio, prestando la sua voce.

Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria. Questa la traccia che abbiamo seguito per legare i racconti di Anna Laura Bobbi alla citazione di Canetti.

Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria: queste le parole di Anna Laura Bobbi. Questo passaggio è quasi nascosto o lasciato cadere lì in un racconto, in un percorso narrativo.

Sembra, infatti, che la Bobbi abbia piena consapevolezza della metamorfosi che è chiamata a compiere per raccontare tante storie di donne e uomini, ma sembra anche che l’autrice non voglia costringere il lettore a prendere questa capacità come cifra della sua scrittura.

In altri termini, la scrittrice vuole attirare il lettore prima con la forza espressiva della sua parola, e poi mostrargli la forza etica di quella scrittura stessa.

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Non appaia strano questo movimento, questo tentativo di dissimulare lo sforzo di attenzione: è proprio in questa ritrosia che si raccoglie in pieno la forza con cui Anna Laura Bobbi tratta le creature che entrano nel suo universo narrativo. Non ci sono slogan, non ci sono urla, non ci sono ammonimenti di carattere moralistico. La parola mostra e racconta; è un lavoro al tornio che lentamente definisce l’oggetto sgrossandolo e ponendolo al centro del testo.

Luoghi, persone e oggetti assumono in questi racconti – tutti accomunati da una grande cura nelle scelte linguistiche e semantiche per descriverli – un’identità ben definita ed emergono dalla trama delle singole storie, restando indelebili nella memoria del lettore.

Nelle pagine di questa raccolta, la Bobbi – si tratti di un vicolo della sua città natale o di una sperduta landa dell’America centromeridionale – pone la stessa cura nella scrittura e la stessa intensità nella descrizione, per far intendere a chi non ha visto o a chi ha fatto finta di non vedere.

Le parole della scrittrice portano luce: negli angoli più riposti dell’animo umano indagando motivazioni e pulsioni; negli spazi dei vicoli e delle strade della memoria; nelle piante che con la loro fiorita ciclicità accompagnano le stagioni della vita. La parola serba quello che è stato sentito, amato, creduto, sperato, detto, affermato.

Una finestra o una porta, nel loro esser aperte o nel loro rimaner chiuse; una voce nell’intonare la parola giusta o nel suo farsi inesprimibile singulto, sono dettagli che il viaggiatore, attento dello spazio e del tempo, sa osservare, immagazzinare, e infine riportare alla vita. Da questa serie di piccoli miracoli ed epifanie nasce il fascino dei racconti di Anna Laura Bobbi.

Artemisia, la pittora

Pubblicato: 8 marzo 2015 in Poesia

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Siamo i tuoi occhi nel buio

siamo i colori che furono tolti

siamo le tue colline che di sera ingrigiscono

e la tua corolla che in lacrime vola.

Non si muore di dolore

è una cosa che ho imparato.

Senza ricusare  Afroditee le sue magiche vesti

percorro sentiero ribelle

che mi sdraia senza pudore

sulle impronte di segreti amanti

a spiare i loro letti di sabbia.

Non maledirò queste cosce tornite questo seno scolpito

i capelli di castagna le mie labbra lisce e carnose.

Candela trafugata per origliare il  corpo

conficco nella carta ogni piegatura della pelle

ogni traccia della carne ogni ciglio

anche se pullulano di uomini

le particelle d’aria nei semi di questa era.

Esercizio del potere …io respiro mare

nelle mie collane di conchiglie lancio lo sguardo distante

per falcare onde prive di arenili

pigiata da questa ansia di colore.

Colare colore nelle tele reali mescolare il nero nel rosa e respirare .

Alitare libera sulle sfumature d’aurora

senza contorni a ordinare visioni

voglio cornici divelte per scaraventarci emozioni

negli incavidi tessuticoncavi

nelle sottigliezze di luci chiare

nella veemenza che mi urla il cuore

blu elettrico rosso scarlatto bianco fosforescente.

Rosso

come il sangue del mio corpo violato

e Il mio  fiore profondo lanciato nell’aria .

Giuditta che sovrasta Oloferne

è la voglia che ho di scannare Agostino.

Muscoli tesi gambe aperte visi stralunati

si alza il braccio si stringe il pugno esce il seno dalla veste

la spada colpisce la lama penetra fino in fondo

lo sguardo si fa vitreo il rosso del sangue schizza fuori dalla tela.

Scrutano nell’intimo del mio cuore

quelle mani che fruganodentro alla carne

– le aquile non volano a stormi –

mi uniscono  i palmi come per pregare

e stringono corde a schiacciare i miei pollici

per sottrarre magia e rubare i filtri delle mie visioni.

Illusione

comecatturare il fiato del vento

o imbrigliare la foga dei marosi.

Dipingo il dolore l’amore le storie

non mi risparmio rabbia né paura

dipingodipingo,

dipingo la vita che in me si dibatte senza sosta.

Ingoia silenzio  fatti voce anima mia

che la luce da me non sia divelta.

Da “Miticafutura” itinerari poetici nel mito di ieri e di oggi, Dalia edizioni, 2013

Aria superflua

Pubblicato: 7 marzo 2015 in Senza categoria

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Infuriati in silenzio

vento caparbio

mentre rotoli nelle tue gare

e trascini nembi riarsi

ad implorare sosta.

Vedo procedere polveri,

e nuvole passare

un tonfo invoca

un gemito risponde.

Hai incappucciato

il mio verde

hai schermato quel raggio disilluso

che fa capolino testardo

tra il fluttuare rassegnato

di rami e foglie.

Galoppi e mormori

tempesti e sussurri ai lobi prosciugati

oggi arbitro del cielo

non sei pago di minacce.

In corsa

– dov’è la tua meta?-

In corsa

a ruzzolar per finta.

Aria potente sei  e rovinosa

ti riversi, ti intrufoli, ti imbatti

infinita superflua

aria.

Dalla silloge “Due chili di alici” EraNuova edizioni

per te mi trasfiguro

Al sole un raggio

carpisco
per rischiarare i tuoi occhi;
al vento un refolo

trafugo
per scompigliarti i capelli
e rubare sorrisi;
sottraggo al fuoco

scintille rutilanti,
di Amore rapisco

un dardo
per insinuarmi nelle tue carni,
vagare notturna

e invereconda
a perlustrare i sensi.
Al cuore arrivo
per ghermire la mente
mi trasfiguro
emozione tenera
sono.

Anna Laura Bobbi

Dalla silloge “Due chili di alici” edizioni EraNuova

Grafia lirica di Mauro Pulcinella

 

Viola violino – Racconto inedito

Pubblicato: 2 febbraio 2015 in Scrittura

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Eccolo lì. Rinchiuso nella sua custodia di pelle. Addossato al mobile e abbandonato da giorni, silente come un’ora notturna. Vuoto. Ci passo davanti con aria di sfida, neanche oggi, gli urlo piena di rabbia, neanche oggi t’imbraccerò, te la sei voluta. Non risponde il mio violino. E come potrebbe farlo? E’ pur sempre un violino, un oggetto, una cosa senza anima. Una cosa senz’anima perché la mia s’è involata.

Vago per le stanze della mia casa anch’esse svuotate. Ho venduto tutto, mobili, tendaggi, le sculture che avevo selezionato minuziosamente, i quadri alle pareti. Tutto. E’ tutto vuoto, tranne la mia camera in cui troneggia il mobile che serve per appoggiare il mio violino.

Papà ritorna a casa avvolto da un sorriso. Lo so che ha in serbo una sorpresa per me. Lo vedo dagli occhi che risplendono, dal sorriso che cerca invano di dissimulare e dalle mani che tiene nascoste dietro la schiena.

Stai lì, maledetto incantatore di serpenti. Ad una ad una staccherò le tue corde come si disossano i maiali. Distruggerò scaglia per scaglia il tuo prezioso corpo di legno e ne getterò i brandelli nel fuoco.

Mio padre sfila le mani dalla schiena e disvela un pacco voluminoso. E’ per me, lo so. E’ il mio sogno che si materializza. Non avevo creduto al suo viaggio di lavoro, lo sentivo che partiva per me, per ridare fiato alle mie mani, aria alla mia mente e un accenno di sorriso alle labbra che da giorni tenevo serrate. Mi precipito vicino a lui, gli strappo il pacco dalle mani e lo soppeso da ogni lato. Sì, può essere, le dimensioni sono quelle giuste e anche la forma può corrispondere.

E’ il violino! Papà ha attraversato lande misteriose per trovare rimedio alla mia tristezza. Sa che a breve dovrà morire e che io rimarrò sola. Il regalo è una sorta di amuleto, mi spiega, un simbolo magico del suo amore che non dovrà mai sparire.

Sono anni che mio padre è morto, non sei più il mio guardiano e non andrai più da solo a conficcarti negli affari miei.

Ho svuotato la casa dei miei genitori. E’ stata la conseguenza di un accesso d’ira. Un altro amore  sbagliato Come lo so? Lui, il violino, stramaledetto strumento di tutoraggio, infarcito di non so quale diavoleria, l’ha fatto di nuovo.

Ero in casa con Simone, un ballerino di tango, eravamo tornati stremati e innamorati dall’ultima tournee e ci eravamo sdraiati sul divano. La sua mano si era pian piano mossa verso la mia spalla. Carezze sottili, sospiri sussurrati, abbraccio serrato, labbra contro labbra, mentre il languore saliva come  un’onda tiepida  che spossa ossa  e afferrava con mille invisibili ali  le  membra del mio corpo. La testa con i grilli e il fuoco a scorrere  e il cuore a martellare.

D’improvviso il suono. Stridulo di violino scordato o mal condotto. E’ salito sommesso dal ventre della stanza e si è propagato intorno con prepotenza, aspro e intollerabile.

Chi c’è in casa? Esclamò Simone, balzando in piedi. Nessuno Simone, è il violino. E chi è quel cane che lo suona? Non c’è nessuno a suonare, è lui. Simone mi ha guardato con aria di scherno,  ha afferrato le sue cose ed è sparito.

Fuori un altro!

Era il quinto. Il quinto uomo con cui tentavo di costruire una relazione duratura. Sbagliato pure lui, congedato su decisione di uno strumento musicale. E io succube a dargli retta.  Il fatto è che lui ha avuto sempre ragione, non so ancora quale strano sortilegio si sia compiuto con la sua costruzione. Lui aveva ragione, ormai lo sapevo, inutile prendere informazioni, quell’uomo si sarebbe rivelato come l’ennesima delusione. Così ho preferito ingurgitare la sparizione e ignorare i particolari di quell’illusione sfumata .

L’ ultima botta!  Ma io questa non l’ho digerita, volevo vivere quell’amore con tutta me stessa, magari piangerci sopra disperata. Per una volta, lo implorai, ti prego padre violino, voltati dall’altra parte, fammi vivere almeno una notte d’amore con lui.

Niente da fare, il suo incantesimo era efficacissimo e funzionava come una pistola scacciacani.

E allora ho deciso: ho venduto tutto, ho svuotato la casa di mio padre. Manca solo lui, l’incarnazione dei miei fallimenti. Non potevo venderlo, non si può mettere all’asta un pezzo della propria vita. Da bambina mi dicevano che le icone sacre, i santini, non si possono strappare, vanno bruciate se si vuole distruggerle. Le monache questo sostenevano e le convinzioni che si formano quando sei bambino hanno il sapore della sacralità, sono una sorta di riti apotropaici che ti si spalmano addosso, sulla pelle e allora non le puoi togliere a meno che tu non voglia rimanere sbucciata. Anche il violino rifulge di questo alone. Inoltre lui non è solo uno strumento musicale, è l’anima di mio padre, i suoi occhi che mi rimproverano perché ho buttato all’aria anni e anni di studi … non puoi sconfiggere la morte, ma puoi sconfiggere la morte in vita  e io mi sbarazzerò della sua anima,  distruggerò lui, il violino. Aderire finalmente alla realtà e costruire un’esistenza senza sogni, senza illusioni, senza chimere, senza fantasticherie. Uscire dalla bolla e camminare nel mondo.

Ho preparato il rito sacrificale.  Foglie di alloro per il mio violino, la gloria che ho rincorso, aghi di pino per il mio violino, la resina che ha avviluppato i miei sogni, ambra liquida figlia della terra per il mio violino, sgorgata dalle lacrime delle sorelle di Fetonte e condensata qui  per donarmi la concentrazione necessaria al nuovo che devo far nascere,  in questa stanza denudata dal mio furore. Voglio prima dormire, un sonno cupo, nero e profondo come quello in cui precipiti sempre più al fondo di una spirale aggrappata alle nuvole. Precipito e il mio violino inizia a suonare mentre la musica s’impossessa di me. Sogno di scivolare sulle braccia di questo larghetto affettuoso in sei ottavi e riconosco il trillo del diavolo di Tartini, le mie mani si muovono con rapidi funambolismi. Si aggrava la musica e rimango in sospensione, come in attesa mentre si compone una figura sopra di me che mi guarda. Ma non ho paura, è una profilo noto che rincuora e sembra colmare quel vuoto che da mesi mi dilania. S’intrecciano nella musica le due arie, una impetuosa, l’altra grave, mesta ma senza tristezza. Sopraggiunge un altro movimento che incalza il mio sogno e poi ripiega l’armonia che si fa pensosa. Un sogno pensoso punteggiato dal suono di un trillo. Quel diavolo di violino lo sa sì come prendermi. Un trillo pensoso dal sapore di sfida suggerito da un violino incantato incantatore bastardo e presuntuoso che mi sfida a un’ennesima competizione.

Sono di nuovo sveglia e muovo intorno gli occhi a commentare l’esito del furore che mi ha colto. Prima, prima del trillo. E tutte le decisioni di fuga sono evaporate come i propositi che ti fai in preda a una sbronza. Lui campeggia scintillante e intonato in mezzo alla stanza disadorna, sopra al suo mobile. Ma non è riposto nella sua lucida custodia, è appoggiato al muro in orizzontale e le due effe sembrano atteggiate ad una smorfia. No! E’ un sorriso. Sorride quel diavolo di violino.

Viola violino a squarciagola di sogni a dimora, destino volteggia s’invola scolora innamora avvalora.