Archivio per novembre, 2015

primaguerra

Fateli azzittare, ma’!

Io non le posso sentire queste voci che garriscono e mi riempiono il silenzio, io me lo merito il silenzio, non mi guardate sdegnata, cercate di capire col cuore, anche se sembrate indurita dal lavoro e dalla pena, ce l’avete negli occhi il cuore che mica lo potete nascondere.

Chissà come sono gli occhi della madre di Sandro? Non conoscete né Sandro né sua madre? E’…era il mio compagno di trincea, quello più coraggioso, lui mi incitava, mi dava allegria; dai, mi diceva, che ci torni dalla tua bella, mica possiamo morire dentro a questo fango dopo tutta la strada che abbiamo fatto. Che si sale per essere incavernati?

Sandro mio, gli rispondevo, abbiamo scavato a zig zag per chilometri, camminiamo a punto interrogativo e ci dicono di rimanere aggrappati al terreno con le unghie e con i denti, diventeremo terra, altro che fossati, caverne e sepolture, ci appiattiremo fino a mischiarci col suolo, che non è quello di casa mia, quello che lavoravo con mio padre; la terra pietrosa del Carso non è soffice e profumata come quella della mia campagna, dove arriva l’odore del fieno, il maggengo appena colto. Sandro non sapeva cos’era il maggengo, ma’, lui così istruito si incantava a sentirmi quando gli raccontavo delle notti di giugno che con Alba ci rotolavamo dentro ai mucchi di paglia ai bordi dei campi appena mietuti. Con le mie parole, gli facevo sentire l’odore a Sandro di quella paglia inumidita dai vapori della notte e pure dal sudore mio e di Alba, e mi pareva di sentirli pure a me quei profumi,  mischiati all’aroma di violette che spargeva la bocca di Alba.

Quando è stato ferito e sono riuscito a trascinarlo via dal reticolato, con la gamba stritolata dalla granata caricata a polvere nera, mentre strisciavo pancia a terra, nero di notte, nero di paura, nero di polvere della granata, gli sussurravo:  stai zitto Sandro, non ti devono sentire che sennò ci accoppano;  pensa al grano, è giallo come l’oro, quando si dondola al vento, è giallo come la gonna di Alba ricamata di papaveri che ballano con le sue gambe. Pensa Sandro che andrai finalmente a casa e ti cureranno e magari per te finisce qui la guerra. E’ finita la guerra per Sandro, madre, e pure la vita: non lo potevamo trasportare, non lo potevamo curare, se lo sono mangiato il fango e la cancrena.

Fateli azzittare, ma’, che sono questi canti? Non c’è niente da festeggiare, solo la fortuna mi ha fatto ritornare a casa, è più giusto così: non può esserci una provvidenza che sceglie e separa, in base ai meriti, chi deve vivere e chi deve morire, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Sandro era buono come migliaia di compagni miei. Non può esserci la provvidenza, madre, se c’è la guerra.

Fatemi sentire l’odore delle vostre mani, è odore di casa, anche se non ricordavo queste nocche sporgenti e questa pelle rinsecchita;  anche voi siete così smagrita, madre mia, che vi si legge sulle ossa il peso della casa, il peso dei campi da lavorare, delle bocche da sfamare, il peso del dispiacere  e della condanna. Dite che non vi ho scritto? Non c’era niente da scrivere, non mi veniva di scrivere dentro a quella trincea buia e fangosa, su quattro pezzi di legno che mi facevano da letto; magari dovevo scrivere: sto bene, mangio, presidio il terreno che abbiamo strappato ai cecchini austriaci; magari dovevo scrivere queste notizie per farvi stare tranquilla, ma alla vostra tranquillità, giuro madre, non mi veniva di pensare, mentre agguantavo  la terra e mi facevo piccolo piccolo, per occupare meno spazio e offrire meno corpo alle raffiche delle mitragliatrici e ai sibili delle granate. Non mi veniva di scrivere neanche ad Alba, e sì che ci pensavo a lei e che leggevo tutte le lettere che mi mandava; arrivavano dopo mesi le lettere di Alba.

D’estate mi sentivo raccontare della legna che era finita e dell’albero di natale addobbato sugli arbusti del ginepro. D’inverno  mi facevano rabbrividire (e pure avvampare) le descrizioni dei bagni al laghetto con le ragazze  in costume. Pure tra gli scoppi e i sibili, me lo sognavo di notte il costume di Alba e le scollature che lasciavano indovinare i ritagli della sua pelle bianca e morbida.

Non ho risposto a Alba neanche quando mi ha scritto che non riusciva a ricordarsi della mia faccia e del colore che avevo dentro agli occhi e che aveva  conosciuto un ragazzo che le piaceva e usciva con lui. Non mi veniva di scrivere, nemmeno la rabbia e le fitte che mi dava il pensiero di Alba tra le braccia di un altro, mica potevo combattere pure per mantenermi la ragazza!

Per fortuna ho letto la lettera quando avevo l’unghia dell’alluce incarnita; una tribolazione quelle scarpe strette, levate a un compagno morto, che a lui tanto non servivano più e invece io dovevo trascinarmi i piedi sulla neve con gli scarponi che mi avevate comprato voi, ormai tutti sgarrati, che dovevo legarli con lo spago per tenerli attaccati ai piedi.

Le scarpe che ho preso al compagno morto erano di due misure più piccole della mia e mi stringevano da morire sui piedi semicongelati e gonfi di geloni. Non mi sono accorto dell’unghia, finché non ho visto che era diventata rosso- bluastra e il dito mi pulsava come quando ti prendi una paura e il cuore te lo senti nella gola. Che il cuore m’è finito nel piede? Facile, ce l’ho ovunque con questi spaventi che ci prendiamo, mi sono detto. Insomma mi è venuto l’ascesso.

C’era un tenente che nella vita faceva l’infermiere e che mi ha inciso il giradito con un paio di forbiciacce arrugginite, sterilizzate col cognac. E’ andata bene, ve l’ho detto madre, è questione di fortuna, è una collana di eventi che ti si risolvono a favore; chiodo schiaccia chiodo, dolore al piede schiaccia dolore per la lettera di Alba. Altro che provvidenza!

State zitti, tutti! Spegnete la lampada che verranno giorni da lupi, altro che canti e balli mica è finita la guerra.

27 copertina ter

Si immagini  uno spazio teatrale, con al centro una pedana,  meglio definita da un intenso fascio di luce, con  ai lati  sedute alcune persone, che  di volta in volta entrano nel fascio di luce e si rivolgono ad un pubblico immaginario con la volontà di parlare, dire le loro ragioni: sono Personaggi di diversa e variegata provenienza umana e sociale: c’è Sandro, reduce della prima guerra mondiale, che evoca le brutture della guerra e la desolazione in cui sono costretti a vivere i soldati, Rebecca che evoca il piccolo mondo del vicolo in cui abita, che si popola di personaggi di un mondo in cui la quotidianità rimane stampata nel tempo e sembra che duri in eterno; Agnese, ragazzina taciturna  e apparentemente svagata in cui si racchiude la stoffa di una appassionata lettrice; la vecchietta di Via del Mandorlo; la donna, divorata dall’ansia del viaggiare che compie un viaggio dentro di sé per ritrovare il fuori che scuote le sue emozioni, il reduce dalla guerra del l’Afganistan, Evandro il Chitarrista , la donna ” appassionata della vita”e altri personaggi che si muovono nei racconti in cui l’autrice evoca il popoloso  mondo della sua immaginazione o ricava da realtà che hanno colpito la propria sete di utopia.

Tutti hanno il desiderio di esprimere un rapporto complesso con la realtà, con la vita nella quale spesso non trovano la soluzione di quelle pozioni dialettiche nelle quali si involvono ed in cui non c’è pacificazione. I motivi sono vari a seconda delle situazioni particolari ma in tutte circola la volontà di una autenticità, di una ricerca di motivazioni e di considerazioni che rendano credibile il loro esistere; spesso si individua in loro una volontà di affermazione, altre volte quella di amara rassegnazione.

Varia è la dimensione sociale di queste persone, né tale da incidere sulla caratterizzazione dei loro comportamenti; sono invece le ragioni interiori, l’affiorare di pulsioni emotive, che spesso possono decidere di una scelta o di una svolta decisiva nella vita.

Sono “ personaggi” , che diventano icone di un disagio esistenziale,  vero  orizzonte costante entro il quale essi si muovono. La loro evidenza non sarebbe però credibile se non fosse espressa in un linguaggio appropriato, per il quale consistono, a nostro avviso,  e  giustificano le loro ragioni.

Nel percorso della sua  attività di scrittura Anna Laura si era infatti segnalata fin dall’inizio per l’attenzione da lei posta verso un superamento della dimensione realistico naturalista della scrittura, a favore di un potenziamento della scrittura in virtù  di una efficace attenzione rivolta alla espressività. Il privilegio da lei accordato all’espressionismo la portava alla utilizzazione  di livelli di scrittura che tendevano al superamento del tono medio verso escursioni al limite dell’azzardo, verso una forma  che avresti detto di “ prosa d’arte”, tanta era la tensione di  coniugare prosa e poesia. La scrittura diventava preziosa ma a vantaggio di una dicibilità delle dimensioni più intime  dei personaggi.

Con lo sperimentalismo linguistico, l’autrice aveva avuto modo di esercitarsi in vari modi, dal recupero della dimensione “mitica “ a quella di un interiorismo spinto ma mai era riuscita in modo così organicamente realizzato.  Lo sforzo di far strada ad un nuovo realismo si avverte ad ogni piè sospinto nella costruzione del personaggio e nel proporcelo con tanta evidenzia e con una partecipazione così avvincente.

Ho parlato di maturità di scrittura; senz’altro, la sponda naturalistica della costruzione narrativa è ormai saltata, sì, perché angusta ,  e in qualche modo troppo riduttiva, interviene invece un taglio narrativo in cui l’identità dei soggetti narrati ne esce irrobustita fino a toccare le soglie del monologo interiore in cui si avvicendano  emozioni e sensazioni diverse, unificate solo dall’ansia del dire,  del confessare.

L’io unitario della tradizione narrativa tradizionale si è completamente infranto ed ne emerge invece la complessità delle motivazione emotive (penso a Era il mio viaggio). E’ in questo senso che  ogni “ racconto”, per la sua recitabilità  ha una suggestione autenticamente teatrale. Il dire e il raccontare hanno bisogno di un palcoscenico; i personaggi  sembrano rivolgersi ad ideali  lettori- spettatori.  La struttura stessa del linguaggio che procede attraverso frasi con costruzione ellittica, parattica, nella volontà di imitare un parlato, con tratti di disinvoltura, dice non solo della dimensione sociale del personaggio ma della sfiducio dell’autrice nei confronti di certe  scelte stilistiche.

Anche quando il testo non consiste col parlato del personaggio  e quindi sembra che rientri nel canone della narrazione di tipo realistico,  anche lì l’autrice procede con  soluzioni audaci  in cui la metafora, l’ analogia e    altre figure retoriche la fanno da padrona e  ci dicono della modernità dell’impianto narrativo ed espressivo del testo. Considero questo testo come la prova narrativa più matura di Anna Laura.