“Un minuto di silenzio”…che mica è finita la guerra. Brano tratto da “Ventisette”

Pubblicato: 16 novembre 2015 in Senza categoria

primaguerra

Fateli azzittare, ma’!

Io non le posso sentire queste voci che garriscono e mi riempiono il silenzio, io me lo merito il silenzio, non mi guardate sdegnata, cercate di capire col cuore, anche se sembrate indurita dal lavoro e dalla pena, ce l’avete negli occhi il cuore che mica lo potete nascondere.

Chissà come sono gli occhi della madre di Sandro? Non conoscete né Sandro né sua madre? E’…era il mio compagno di trincea, quello più coraggioso, lui mi incitava, mi dava allegria; dai, mi diceva, che ci torni dalla tua bella, mica possiamo morire dentro a questo fango dopo tutta la strada che abbiamo fatto. Che si sale per essere incavernati?

Sandro mio, gli rispondevo, abbiamo scavato a zig zag per chilometri, camminiamo a punto interrogativo e ci dicono di rimanere aggrappati al terreno con le unghie e con i denti, diventeremo terra, altro che fossati, caverne e sepolture, ci appiattiremo fino a mischiarci col suolo, che non è quello di casa mia, quello che lavoravo con mio padre; la terra pietrosa del Carso non è soffice e profumata come quella della mia campagna, dove arriva l’odore del fieno, il maggengo appena colto. Sandro non sapeva cos’era il maggengo, ma’, lui così istruito si incantava a sentirmi quando gli raccontavo delle notti di giugno che con Alba ci rotolavamo dentro ai mucchi di paglia ai bordi dei campi appena mietuti. Con le mie parole, gli facevo sentire l’odore a Sandro di quella paglia inumidita dai vapori della notte e pure dal sudore mio e di Alba, e mi pareva di sentirli pure a me quei profumi,  mischiati all’aroma di violette che spargeva la bocca di Alba.

Quando è stato ferito e sono riuscito a trascinarlo via dal reticolato, con la gamba stritolata dalla granata caricata a polvere nera, mentre strisciavo pancia a terra, nero di notte, nero di paura, nero di polvere della granata, gli sussurravo:  stai zitto Sandro, non ti devono sentire che sennò ci accoppano;  pensa al grano, è giallo come l’oro, quando si dondola al vento, è giallo come la gonna di Alba ricamata di papaveri che ballano con le sue gambe. Pensa Sandro che andrai finalmente a casa e ti cureranno e magari per te finisce qui la guerra. E’ finita la guerra per Sandro, madre, e pure la vita: non lo potevamo trasportare, non lo potevamo curare, se lo sono mangiato il fango e la cancrena.

Fateli azzittare, ma’, che sono questi canti? Non c’è niente da festeggiare, solo la fortuna mi ha fatto ritornare a casa, è più giusto così: non può esserci una provvidenza che sceglie e separa, in base ai meriti, chi deve vivere e chi deve morire, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Sandro era buono come migliaia di compagni miei. Non può esserci la provvidenza, madre, se c’è la guerra.

Fatemi sentire l’odore delle vostre mani, è odore di casa, anche se non ricordavo queste nocche sporgenti e questa pelle rinsecchita;  anche voi siete così smagrita, madre mia, che vi si legge sulle ossa il peso della casa, il peso dei campi da lavorare, delle bocche da sfamare, il peso del dispiacere  e della condanna. Dite che non vi ho scritto? Non c’era niente da scrivere, non mi veniva di scrivere dentro a quella trincea buia e fangosa, su quattro pezzi di legno che mi facevano da letto; magari dovevo scrivere: sto bene, mangio, presidio il terreno che abbiamo strappato ai cecchini austriaci; magari dovevo scrivere queste notizie per farvi stare tranquilla, ma alla vostra tranquillità, giuro madre, non mi veniva di pensare, mentre agguantavo  la terra e mi facevo piccolo piccolo, per occupare meno spazio e offrire meno corpo alle raffiche delle mitragliatrici e ai sibili delle granate. Non mi veniva di scrivere neanche ad Alba, e sì che ci pensavo a lei e che leggevo tutte le lettere che mi mandava; arrivavano dopo mesi le lettere di Alba.

D’estate mi sentivo raccontare della legna che era finita e dell’albero di natale addobbato sugli arbusti del ginepro. D’inverno  mi facevano rabbrividire (e pure avvampare) le descrizioni dei bagni al laghetto con le ragazze  in costume. Pure tra gli scoppi e i sibili, me lo sognavo di notte il costume di Alba e le scollature che lasciavano indovinare i ritagli della sua pelle bianca e morbida.

Non ho risposto a Alba neanche quando mi ha scritto che non riusciva a ricordarsi della mia faccia e del colore che avevo dentro agli occhi e che aveva  conosciuto un ragazzo che le piaceva e usciva con lui. Non mi veniva di scrivere, nemmeno la rabbia e le fitte che mi dava il pensiero di Alba tra le braccia di un altro, mica potevo combattere pure per mantenermi la ragazza!

Per fortuna ho letto la lettera quando avevo l’unghia dell’alluce incarnita; una tribolazione quelle scarpe strette, levate a un compagno morto, che a lui tanto non servivano più e invece io dovevo trascinarmi i piedi sulla neve con gli scarponi che mi avevate comprato voi, ormai tutti sgarrati, che dovevo legarli con lo spago per tenerli attaccati ai piedi.

Le scarpe che ho preso al compagno morto erano di due misure più piccole della mia e mi stringevano da morire sui piedi semicongelati e gonfi di geloni. Non mi sono accorto dell’unghia, finché non ho visto che era diventata rosso- bluastra e il dito mi pulsava come quando ti prendi una paura e il cuore te lo senti nella gola. Che il cuore m’è finito nel piede? Facile, ce l’ho ovunque con questi spaventi che ci prendiamo, mi sono detto. Insomma mi è venuto l’ascesso.

C’era un tenente che nella vita faceva l’infermiere e che mi ha inciso il giradito con un paio di forbiciacce arrugginite, sterilizzate col cognac. E’ andata bene, ve l’ho detto madre, è questione di fortuna, è una collana di eventi che ti si risolvono a favore; chiodo schiaccia chiodo, dolore al piede schiaccia dolore per la lettera di Alba. Altro che provvidenza!

State zitti, tutti! Spegnete la lampada che verranno giorni da lupi, altro che canti e balli mica è finita la guerra.

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