“Ventisette” racconti di Anna Laura Bobbi. Dalietta edizioni

Pubblicato: 13 Maggio 2015 in Senza categoria

27 inviti

Con ritrosia
quasi balbettando si affacciano
tra le foglie
a dire -ci siamo-
   piccole volontà di risalita
E tutto il colore che vuoi

Prefazione di Antonio Fresa 

Per avvicinarci alla raccolta di racconti di Anna Laura Bobbi, mi sembra opportuno e necessario offrire alcune brevi osservazioni che possano accompagnare il lettore nell’incontro con i testi: nessuna pretesa di esaustività o di giudizi definitivi.

Se l’espressione è adeguata, parlerei, piuttosto, del diario di un lettore che prova a condividere, con altri lettori, le riflessioni intorno a un testo.

Senza queste osservazioni, dal punto di vista che propongo, potrebbero non risultare, infatti, del tutto evidenti i meriti insiti in quest’opera e l’importante ruolo che in essa giocano il tono complessivo della narrazione e la tensione etica della scrittura.

*             *             *

Il primo punto sul quale invitare il lettore a convogliare l’attenzione, è la forza narrativa del racconto stesso; tale formula, negli apparati che accompagnano il cammino della storia letteraria, non è sempre di facile sistemazione.

In effetti, due estremi ci attendono, nella predilezione o nel rifiuto di quella formula narrativa che è il racconto: ci sono scrittori salutati come grandi maestri del racconto e scrittori che dal racconto si sono tenuti sempre alla debita distanza.

Questo spazio, così immediatamente estremizzato, ci lascia intendere la scivolosità del terreno del racconto, sempre a rischio di un giudizio legato alla mancanza, alla brevità, come una sorta di romanzo non sbocciato, o non sviluppato del tutto nelle sue valenze e possibilità.

Il lettore, nella sua frequentazione dei testi, difficilmente avrà scansato l’annoso dibattito sulla difficile linea di separazione fra il romanzo breve e il racconto lungo.

Il rischio da evitare di cadere nel semplice bozzetto, o, assecondando un tipo di sensibilità del tutto opposto, il cammino dei piccoli “poemi in prosa” sono, infine, altre e sufficienti estremizzazioni per consentire a noi tutti di ipotizzare un quadro di riferimento entro cui accogliere i racconti.

In uno schema riassuntivo, potremmo affermare che nella definizione di “racconto”, la nostra tradizione letteraria ha finito con il comprimere un’ambigua serie di rimandi che, non a caso, coprono lo spazio che separa la prosa dalla poesia, fino al tentativo di descrivere e codificare il romanzo stesso. Si aprirebbe così una sorta di “terra di mezzo” che, nella sua incertezza e nella sua renitenza a farsi immediatamente cogliere, rende i racconti, almeno per chi è qui chiamato a scrivere, una delle forme più intriganti dell’intero panorama letterario.

Non è un caso, infatti, che grandi autori – Maupassant, Carver, Pirandello, Verga, e su tutti, forse, Cheever – hanno saputo rendere insostituibile il racconto, facendoci comprendere non solo la sua dignità, ma anche la sua ineludibile particolarità, il suo timbro, la sua impostazione.

Abbiamo così provato ad affrontare l’aspetto “identificativo del testo”.

*             *             *

In un suo famoso discorso, pubblicato in Italia con il titolo “La missione dello scrittore”, Elias Canetti definiva, con parole di rara intensità, il compito che ogni autore, che voglia avere la pretesa di raccontarci spicchi di realtà, dovrebbe far proprio.

Riporto direttamente le sue parole:

“Questo, secondo me, è il vero compito degli scrittori. Grazie a una capacità che una volta era di tutti e che ora è condannata all’atrofia, capacità che essi ad ogni costo hanno il dovere di conservare, gli scrittori dovrebbero tenere aperte le vie d’accesso tra gli uomini. Dovrebbero essere capaci di diventare chiunque, anche il più piccolo, il più ingenuo, il più impotente.”.

Come ripercorrere le parole di Canetti e come giudicarle? In primo piano, mi sembra vada posto l’enorme impegno etico che esse comportano per chi si avventura nella scrittura e nella narrazione.

Nell’edizione che ho avuto la fortuna di leggere, sono rese ben visibili le due parole che anche qui abbiamo evidenziato: tra e chiunque.

Il vero scrittore, secondo il monito di Canetti, abdica, dunque, alla pretesa di narrare se stesso; il vero scrittore sa vivere una continua, faticosa e intensa metamorfosi che lo porta a entrare “nella pelle degli altri”, “negli occhi degli altri”, “nella voce degli altri”.

Assumere il punto di vista di chi non ha strumenti per raccontarsi, offrire la propria penna a chi non sa descrivere il dolore o anche la gioia che lo opprimono, prestare il proprio fiato a chi non ha più la voglia di respirare: questo il compito per chi sa entrare tra gli uomini e sa narrare la vita di chiunque, perché chiunque ha una preziosa storia da narrare e mostrare.

Così potrebbe esser continuato un lungo elenco degli elementi che lo scrittore decide di mettere a disposizione di altri esseri umani che sono soli, o negletti, o dimenticati.

Il circolo si chiude, seguendo sempre le parole di Canetti, quando, incredibilmente e meravigliosamente, lo scrittore scopre che narrare degli altri serve a narrare di sé, di quell’umanità che resta imprigionata in ogni essere umano, di quella passione che anima ogni vita, di quella linfa che scorre in tutte le anime. Così si compie il miracolo continuato e ripetuto della parola letteraria, di quella parola che non appartiene allo scrittore, ma al suo testo, alla sua narrazione, al suo racconto, quasi come qualcosa che viva una vita autonoma: quella vita autonoma è la vita di tutti quelli che lo scrittore ha saputo trarre dall’ombra e dal silenzio, prestando la sua voce.

Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria. Questa la traccia che abbiamo seguito per legare i racconti di Anna Laura Bobbi alla citazione di Canetti.

Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria: queste le parole di Anna Laura Bobbi. Questo passaggio è quasi nascosto o lasciato cadere lì in un racconto, in un percorso narrativo.

Sembra, infatti, che la Bobbi abbia piena consapevolezza della metamorfosi che è chiamata a compiere per raccontare tante storie di donne e uomini, ma sembra anche che l’autrice non voglia costringere il lettore a prendere questa capacità come cifra della sua scrittura.

In altri termini, la scrittrice vuole attirare il lettore prima con la forza espressiva della sua parola, e poi mostrargli la forza etica di quella scrittura stessa.

*             *             *

Non appaia strano questo movimento, questo tentativo di dissimulare lo sforzo di attenzione: è proprio in questa ritrosia che si raccoglie in pieno la forza con cui Anna Laura Bobbi tratta le creature che entrano nel suo universo narrativo. Non ci sono slogan, non ci sono urla, non ci sono ammonimenti di carattere moralistico. La parola mostra e racconta; è un lavoro al tornio che lentamente definisce l’oggetto sgrossandolo e ponendolo al centro del testo.

Luoghi, persone e oggetti assumono in questi racconti – tutti accomunati da una grande cura nelle scelte linguistiche e semantiche per descriverli – un’identità ben definita ed emergono dalla trama delle singole storie, restando indelebili nella memoria del lettore.

Nelle pagine di questa raccolta, la Bobbi – si tratti di un vicolo della sua città natale o di una sperduta landa dell’America centromeridionale – pone la stessa cura nella scrittura e la stessa intensità nella descrizione, per far intendere a chi non ha visto o a chi ha fatto finta di non vedere.

Le parole della scrittrice portano luce: negli angoli più riposti dell’animo umano indagando motivazioni e pulsioni; negli spazi dei vicoli e delle strade della memoria; nelle piante che con la loro fiorita ciclicità accompagnano le stagioni della vita. La parola serba quello che è stato sentito, amato, creduto, sperato, detto, affermato.

Una finestra o una porta, nel loro esser aperte o nel loro rimaner chiuse; una voce nell’intonare la parola giusta o nel suo farsi inesprimibile singulto, sono dettagli che il viaggiatore, attento dello spazio e del tempo, sa osservare, immagazzinare, e infine riportare alla vita. Da questa serie di piccoli miracoli ed epifanie nasce il fascino dei racconti di Anna Laura Bobbi.

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