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Si immagini  uno spazio teatrale, con al centro una pedana,  meglio definita da un intenso fascio di luce, con  ai lati  sedute alcune persone, che  di volta in volta entrano nel fascio di luce e si rivolgono ad un pubblico immaginario con la volontà di parlare, dire le loro ragioni: sono Personaggi di diversa e variegata provenienza umana e sociale: c’è Sandro, reduce della prima guerra mondiale, che evoca le brutture della guerra e la desolazione in cui sono costretti a vivere i soldati, Rebecca che evoca il piccolo mondo del vicolo in cui abita, che si popola di personaggi di un mondo in cui la quotidianità rimane stampata nel tempo e sembra che duri in eterno; Agnese, ragazzina taciturna  e apparentemente svagata in cui si racchiude la stoffa di una appassionata lettrice; la vecchietta di Via del Mandorlo; la donna, divorata dall’ansia del viaggiare che compie un viaggio dentro di sé per ritrovare il fuori che scuote le sue emozioni, il reduce dalla guerra del l’Afganistan, Evandro il Chitarrista , la donna ” appassionata della vita”e altri personaggi che si muovono nei racconti in cui l’autrice evoca il popoloso  mondo della sua immaginazione o ricava da realtà che hanno colpito la propria sete di utopia.

Tutti hanno il desiderio di esprimere un rapporto complesso con la realtà, con la vita nella quale spesso non trovano la soluzione di quelle pozioni dialettiche nelle quali si involvono ed in cui non c’è pacificazione. I motivi sono vari a seconda delle situazioni particolari ma in tutte circola la volontà di una autenticità, di una ricerca di motivazioni e di considerazioni che rendano credibile il loro esistere; spesso si individua in loro una volontà di affermazione, altre volte quella di amara rassegnazione.

Varia è la dimensione sociale di queste persone, né tale da incidere sulla caratterizzazione dei loro comportamenti; sono invece le ragioni interiori, l’affiorare di pulsioni emotive, che spesso possono decidere di una scelta o di una svolta decisiva nella vita.

Sono “ personaggi” , che diventano icone di un disagio esistenziale,  vero  orizzonte costante entro il quale essi si muovono. La loro evidenza non sarebbe però credibile se non fosse espressa in un linguaggio appropriato, per il quale consistono, a nostro avviso,  e  giustificano le loro ragioni.

Nel percorso della sua  attività di scrittura Anna Laura si era infatti segnalata fin dall’inizio per l’attenzione da lei posta verso un superamento della dimensione realistico naturalista della scrittura, a favore di un potenziamento della scrittura in virtù  di una efficace attenzione rivolta alla espressività. Il privilegio da lei accordato all’espressionismo la portava alla utilizzazione  di livelli di scrittura che tendevano al superamento del tono medio verso escursioni al limite dell’azzardo, verso una forma  che avresti detto di “ prosa d’arte”, tanta era la tensione di  coniugare prosa e poesia. La scrittura diventava preziosa ma a vantaggio di una dicibilità delle dimensioni più intime  dei personaggi.

Con lo sperimentalismo linguistico, l’autrice aveva avuto modo di esercitarsi in vari modi, dal recupero della dimensione “mitica “ a quella di un interiorismo spinto ma mai era riuscita in modo così organicamente realizzato.  Lo sforzo di far strada ad un nuovo realismo si avverte ad ogni piè sospinto nella costruzione del personaggio e nel proporcelo con tanta evidenzia e con una partecipazione così avvincente.

Ho parlato di maturità di scrittura; senz’altro, la sponda naturalistica della costruzione narrativa è ormai saltata, sì, perché angusta ,  e in qualche modo troppo riduttiva, interviene invece un taglio narrativo in cui l’identità dei soggetti narrati ne esce irrobustita fino a toccare le soglie del monologo interiore in cui si avvicendano  emozioni e sensazioni diverse, unificate solo dall’ansia del dire,  del confessare.

L’io unitario della tradizione narrativa tradizionale si è completamente infranto ed ne emerge invece la complessità delle motivazione emotive (penso a Era il mio viaggio). E’ in questo senso che  ogni “ racconto”, per la sua recitabilità  ha una suggestione autenticamente teatrale. Il dire e il raccontare hanno bisogno di un palcoscenico; i personaggi  sembrano rivolgersi ad ideali  lettori- spettatori.  La struttura stessa del linguaggio che procede attraverso frasi con costruzione ellittica, parattica, nella volontà di imitare un parlato, con tratti di disinvoltura, dice non solo della dimensione sociale del personaggio ma della sfiducio dell’autrice nei confronti di certe  scelte stilistiche.

Anche quando il testo non consiste col parlato del personaggio  e quindi sembra che rientri nel canone della narrazione di tipo realistico,  anche lì l’autrice procede con  soluzioni audaci  in cui la metafora, l’ analogia e    altre figure retoriche la fanno da padrona e  ci dicono della modernità dell’impianto narrativo ed espressivo del testo. Considero questo testo come la prova narrativa più matura di Anna Laura.

Viola violino – Racconto inedito

Pubblicato: 2 febbraio 2015 in Scrittura

violino

Eccolo lì. Rinchiuso nella sua custodia di pelle. Addossato al mobile e abbandonato da giorni, silente come un’ora notturna. Vuoto. Ci passo davanti con aria di sfida, neanche oggi, gli urlo piena di rabbia, neanche oggi t’imbraccerò, te la sei voluta. Non risponde il mio violino. E come potrebbe farlo? E’ pur sempre un violino, un oggetto, una cosa senza anima. Una cosa senz’anima perché la mia s’è involata.

Vago per le stanze della mia casa anch’esse svuotate. Ho venduto tutto, mobili, tendaggi, le sculture che avevo selezionato minuziosamente, i quadri alle pareti. Tutto. E’ tutto vuoto, tranne la mia camera in cui troneggia il mobile che serve per appoggiare il mio violino.

Papà ritorna a casa avvolto da un sorriso. Lo so che ha in serbo una sorpresa per me. Lo vedo dagli occhi che risplendono, dal sorriso che cerca invano di dissimulare e dalle mani che tiene nascoste dietro la schiena.

Stai lì, maledetto incantatore di serpenti. Ad una ad una staccherò le tue corde come si disossano i maiali. Distruggerò scaglia per scaglia il tuo prezioso corpo di legno e ne getterò i brandelli nel fuoco.

Mio padre sfila le mani dalla schiena e disvela un pacco voluminoso. E’ per me, lo so. E’ il mio sogno che si materializza. Non avevo creduto al suo viaggio di lavoro, lo sentivo che partiva per me, per ridare fiato alle mie mani, aria alla mia mente e un accenno di sorriso alle labbra che da giorni tenevo serrate. Mi precipito vicino a lui, gli strappo il pacco dalle mani e lo soppeso da ogni lato. Sì, può essere, le dimensioni sono quelle giuste e anche la forma può corrispondere.

E’ il violino! Papà ha attraversato lande misteriose per trovare rimedio alla mia tristezza. Sa che a breve dovrà morire e che io rimarrò sola. Il regalo è una sorta di amuleto, mi spiega, un simbolo magico del suo amore che non dovrà mai sparire.

Sono anni che mio padre è morto, non sei più il mio guardiano e non andrai più da solo a conficcarti negli affari miei.

Ho svuotato la casa dei miei genitori. E’ stata la conseguenza di un accesso d’ira. Un altro amore  sbagliato Come lo so? Lui, il violino, stramaledetto strumento di tutoraggio, infarcito di non so quale diavoleria, l’ha fatto di nuovo.

Ero in casa con Simone, un ballerino di tango, eravamo tornati stremati e innamorati dall’ultima tournee e ci eravamo sdraiati sul divano. La sua mano si era pian piano mossa verso la mia spalla. Carezze sottili, sospiri sussurrati, abbraccio serrato, labbra contro labbra, mentre il languore saliva come  un’onda tiepida  che spossa ossa  e afferrava con mille invisibili ali  le  membra del mio corpo. La testa con i grilli e il fuoco a scorrere  e il cuore a martellare.

D’improvviso il suono. Stridulo di violino scordato o mal condotto. E’ salito sommesso dal ventre della stanza e si è propagato intorno con prepotenza, aspro e intollerabile.

Chi c’è in casa? Esclamò Simone, balzando in piedi. Nessuno Simone, è il violino. E chi è quel cane che lo suona? Non c’è nessuno a suonare, è lui. Simone mi ha guardato con aria di scherno,  ha afferrato le sue cose ed è sparito.

Fuori un altro!

Era il quinto. Il quinto uomo con cui tentavo di costruire una relazione duratura. Sbagliato pure lui, congedato su decisione di uno strumento musicale. E io succube a dargli retta.  Il fatto è che lui ha avuto sempre ragione, non so ancora quale strano sortilegio si sia compiuto con la sua costruzione. Lui aveva ragione, ormai lo sapevo, inutile prendere informazioni, quell’uomo si sarebbe rivelato come l’ennesima delusione. Così ho preferito ingurgitare la sparizione e ignorare i particolari di quell’illusione sfumata .

L’ ultima botta!  Ma io questa non l’ho digerita, volevo vivere quell’amore con tutta me stessa, magari piangerci sopra disperata. Per una volta, lo implorai, ti prego padre violino, voltati dall’altra parte, fammi vivere almeno una notte d’amore con lui.

Niente da fare, il suo incantesimo era efficacissimo e funzionava come una pistola scacciacani.

E allora ho deciso: ho venduto tutto, ho svuotato la casa di mio padre. Manca solo lui, l’incarnazione dei miei fallimenti. Non potevo venderlo, non si può mettere all’asta un pezzo della propria vita. Da bambina mi dicevano che le icone sacre, i santini, non si possono strappare, vanno bruciate se si vuole distruggerle. Le monache questo sostenevano e le convinzioni che si formano quando sei bambino hanno il sapore della sacralità, sono una sorta di riti apotropaici che ti si spalmano addosso, sulla pelle e allora non le puoi togliere a meno che tu non voglia rimanere sbucciata. Anche il violino rifulge di questo alone. Inoltre lui non è solo uno strumento musicale, è l’anima di mio padre, i suoi occhi che mi rimproverano perché ho buttato all’aria anni e anni di studi … non puoi sconfiggere la morte, ma puoi sconfiggere la morte in vita  e io mi sbarazzerò della sua anima,  distruggerò lui, il violino. Aderire finalmente alla realtà e costruire un’esistenza senza sogni, senza illusioni, senza chimere, senza fantasticherie. Uscire dalla bolla e camminare nel mondo.

Ho preparato il rito sacrificale.  Foglie di alloro per il mio violino, la gloria che ho rincorso, aghi di pino per il mio violino, la resina che ha avviluppato i miei sogni, ambra liquida figlia della terra per il mio violino, sgorgata dalle lacrime delle sorelle di Fetonte e condensata qui  per donarmi la concentrazione necessaria al nuovo che devo far nascere,  in questa stanza denudata dal mio furore. Voglio prima dormire, un sonno cupo, nero e profondo come quello in cui precipiti sempre più al fondo di una spirale aggrappata alle nuvole. Precipito e il mio violino inizia a suonare mentre la musica s’impossessa di me. Sogno di scivolare sulle braccia di questo larghetto affettuoso in sei ottavi e riconosco il trillo del diavolo di Tartini, le mie mani si muovono con rapidi funambolismi. Si aggrava la musica e rimango in sospensione, come in attesa mentre si compone una figura sopra di me che mi guarda. Ma non ho paura, è una profilo noto che rincuora e sembra colmare quel vuoto che da mesi mi dilania. S’intrecciano nella musica le due arie, una impetuosa, l’altra grave, mesta ma senza tristezza. Sopraggiunge un altro movimento che incalza il mio sogno e poi ripiega l’armonia che si fa pensosa. Un sogno pensoso punteggiato dal suono di un trillo. Quel diavolo di violino lo sa sì come prendermi. Un trillo pensoso dal sapore di sfida suggerito da un violino incantato incantatore bastardo e presuntuoso che mi sfida a un’ennesima competizione.

Sono di nuovo sveglia e muovo intorno gli occhi a commentare l’esito del furore che mi ha colto. Prima, prima del trillo. E tutte le decisioni di fuga sono evaporate come i propositi che ti fai in preda a una sbronza. Lui campeggia scintillante e intonato in mezzo alla stanza disadorna, sopra al suo mobile. Ma non è riposto nella sua lucida custodia, è appoggiato al muro in orizzontale e le due effe sembrano atteggiate ad una smorfia. No! E’ un sorriso. Sorride quel diavolo di violino.

Viola violino a squarciagola di sogni a dimora, destino volteggia s’invola scolora innamora avvalora.