Alcune riflessioni di Roberto Stopponi su “Ventisette” di Anna Laura Bobbi .

Pubblicato: 16 novembre 2015 in Scrittura

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Si immagini  uno spazio teatrale, con al centro una pedana,  meglio definita da un intenso fascio di luce, con  ai lati  sedute alcune persone, che  di volta in volta entrano nel fascio di luce e si rivolgono ad un pubblico immaginario con la volontà di parlare, dire le loro ragioni: sono Personaggi di diversa e variegata provenienza umana e sociale: c’è Sandro, reduce della prima guerra mondiale, che evoca le brutture della guerra e la desolazione in cui sono costretti a vivere i soldati, Rebecca che evoca il piccolo mondo del vicolo in cui abita, che si popola di personaggi di un mondo in cui la quotidianità rimane stampata nel tempo e sembra che duri in eterno; Agnese, ragazzina taciturna  e apparentemente svagata in cui si racchiude la stoffa di una appassionata lettrice; la vecchietta di Via del Mandorlo; la donna, divorata dall’ansia del viaggiare che compie un viaggio dentro di sé per ritrovare il fuori che scuote le sue emozioni, il reduce dalla guerra del l’Afganistan, Evandro il Chitarrista , la donna ” appassionata della vita”e altri personaggi che si muovono nei racconti in cui l’autrice evoca il popoloso  mondo della sua immaginazione o ricava da realtà che hanno colpito la propria sete di utopia.

Tutti hanno il desiderio di esprimere un rapporto complesso con la realtà, con la vita nella quale spesso non trovano la soluzione di quelle pozioni dialettiche nelle quali si involvono ed in cui non c’è pacificazione. I motivi sono vari a seconda delle situazioni particolari ma in tutte circola la volontà di una autenticità, di una ricerca di motivazioni e di considerazioni che rendano credibile il loro esistere; spesso si individua in loro una volontà di affermazione, altre volte quella di amara rassegnazione.

Varia è la dimensione sociale di queste persone, né tale da incidere sulla caratterizzazione dei loro comportamenti; sono invece le ragioni interiori, l’affiorare di pulsioni emotive, che spesso possono decidere di una scelta o di una svolta decisiva nella vita.

Sono “ personaggi” , che diventano icone di un disagio esistenziale,  vero  orizzonte costante entro il quale essi si muovono. La loro evidenza non sarebbe però credibile se non fosse espressa in un linguaggio appropriato, per il quale consistono, a nostro avviso,  e  giustificano le loro ragioni.

Nel percorso della sua  attività di scrittura Anna Laura si era infatti segnalata fin dall’inizio per l’attenzione da lei posta verso un superamento della dimensione realistico naturalista della scrittura, a favore di un potenziamento della scrittura in virtù  di una efficace attenzione rivolta alla espressività. Il privilegio da lei accordato all’espressionismo la portava alla utilizzazione  di livelli di scrittura che tendevano al superamento del tono medio verso escursioni al limite dell’azzardo, verso una forma  che avresti detto di “ prosa d’arte”, tanta era la tensione di  coniugare prosa e poesia. La scrittura diventava preziosa ma a vantaggio di una dicibilità delle dimensioni più intime  dei personaggi.

Con lo sperimentalismo linguistico, l’autrice aveva avuto modo di esercitarsi in vari modi, dal recupero della dimensione “mitica “ a quella di un interiorismo spinto ma mai era riuscita in modo così organicamente realizzato.  Lo sforzo di far strada ad un nuovo realismo si avverte ad ogni piè sospinto nella costruzione del personaggio e nel proporcelo con tanta evidenzia e con una partecipazione così avvincente.

Ho parlato di maturità di scrittura; senz’altro, la sponda naturalistica della costruzione narrativa è ormai saltata, sì, perché angusta ,  e in qualche modo troppo riduttiva, interviene invece un taglio narrativo in cui l’identità dei soggetti narrati ne esce irrobustita fino a toccare le soglie del monologo interiore in cui si avvicendano  emozioni e sensazioni diverse, unificate solo dall’ansia del dire,  del confessare.

L’io unitario della tradizione narrativa tradizionale si è completamente infranto ed ne emerge invece la complessità delle motivazione emotive (penso a Era il mio viaggio). E’ in questo senso che  ogni “ racconto”, per la sua recitabilità  ha una suggestione autenticamente teatrale. Il dire e il raccontare hanno bisogno di un palcoscenico; i personaggi  sembrano rivolgersi ad ideali  lettori- spettatori.  La struttura stessa del linguaggio che procede attraverso frasi con costruzione ellittica, parattica, nella volontà di imitare un parlato, con tratti di disinvoltura, dice non solo della dimensione sociale del personaggio ma della sfiducio dell’autrice nei confronti di certe  scelte stilistiche.

Anche quando il testo non consiste col parlato del personaggio  e quindi sembra che rientri nel canone della narrazione di tipo realistico,  anche lì l’autrice procede con  soluzioni audaci  in cui la metafora, l’ analogia e    altre figure retoriche la fanno da padrona e  ci dicono della modernità dell’impianto narrativo ed espressivo del testo. Considero questo testo come la prova narrativa più matura di Anna Laura.

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