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primaguerra

Fateli azzittare, ma’!

Io non le posso sentire queste voci che garriscono e mi riempiono il silenzio, io me lo merito il silenzio, non mi guardate sdegnata, cercate di capire col cuore, anche se sembrate indurita dal lavoro e dalla pena, ce l’avete negli occhi il cuore che mica lo potete nascondere.

Chissà come sono gli occhi della madre di Sandro? Non conoscete né Sandro né sua madre? E’…era il mio compagno di trincea, quello più coraggioso, lui mi incitava, mi dava allegria; dai, mi diceva, che ci torni dalla tua bella, mica possiamo morire dentro a questo fango dopo tutta la strada che abbiamo fatto. Che si sale per essere incavernati?

Sandro mio, gli rispondevo, abbiamo scavato a zig zag per chilometri, camminiamo a punto interrogativo e ci dicono di rimanere aggrappati al terreno con le unghie e con i denti, diventeremo terra, altro che fossati, caverne e sepolture, ci appiattiremo fino a mischiarci col suolo, che non è quello di casa mia, quello che lavoravo con mio padre; la terra pietrosa del Carso non è soffice e profumata come quella della mia campagna, dove arriva l’odore del fieno, il maggengo appena colto. Sandro non sapeva cos’era il maggengo, ma’, lui così istruito si incantava a sentirmi quando gli raccontavo delle notti di giugno che con Alba ci rotolavamo dentro ai mucchi di paglia ai bordi dei campi appena mietuti. Con le mie parole, gli facevo sentire l’odore a Sandro di quella paglia inumidita dai vapori della notte e pure dal sudore mio e di Alba, e mi pareva di sentirli pure a me quei profumi,  mischiati all’aroma di violette che spargeva la bocca di Alba.

Quando è stato ferito e sono riuscito a trascinarlo via dal reticolato, con la gamba stritolata dalla granata caricata a polvere nera, mentre strisciavo pancia a terra, nero di notte, nero di paura, nero di polvere della granata, gli sussurravo:  stai zitto Sandro, non ti devono sentire che sennò ci accoppano;  pensa al grano, è giallo come l’oro, quando si dondola al vento, è giallo come la gonna di Alba ricamata di papaveri che ballano con le sue gambe. Pensa Sandro che andrai finalmente a casa e ti cureranno e magari per te finisce qui la guerra. E’ finita la guerra per Sandro, madre, e pure la vita: non lo potevamo trasportare, non lo potevamo curare, se lo sono mangiato il fango e la cancrena.

Fateli azzittare, ma’, che sono questi canti? Non c’è niente da festeggiare, solo la fortuna mi ha fatto ritornare a casa, è più giusto così: non può esserci una provvidenza che sceglie e separa, in base ai meriti, chi deve vivere e chi deve morire, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Sandro era buono come migliaia di compagni miei. Non può esserci la provvidenza, madre, se c’è la guerra.

Fatemi sentire l’odore delle vostre mani, è odore di casa, anche se non ricordavo queste nocche sporgenti e questa pelle rinsecchita;  anche voi siete così smagrita, madre mia, che vi si legge sulle ossa il peso della casa, il peso dei campi da lavorare, delle bocche da sfamare, il peso del dispiacere  e della condanna. Dite che non vi ho scritto? Non c’era niente da scrivere, non mi veniva di scrivere dentro a quella trincea buia e fangosa, su quattro pezzi di legno che mi facevano da letto; magari dovevo scrivere: sto bene, mangio, presidio il terreno che abbiamo strappato ai cecchini austriaci; magari dovevo scrivere queste notizie per farvi stare tranquilla, ma alla vostra tranquillità, giuro madre, non mi veniva di pensare, mentre agguantavo  la terra e mi facevo piccolo piccolo, per occupare meno spazio e offrire meno corpo alle raffiche delle mitragliatrici e ai sibili delle granate. Non mi veniva di scrivere neanche ad Alba, e sì che ci pensavo a lei e che leggevo tutte le lettere che mi mandava; arrivavano dopo mesi le lettere di Alba.

D’estate mi sentivo raccontare della legna che era finita e dell’albero di natale addobbato sugli arbusti del ginepro. D’inverno  mi facevano rabbrividire (e pure avvampare) le descrizioni dei bagni al laghetto con le ragazze  in costume. Pure tra gli scoppi e i sibili, me lo sognavo di notte il costume di Alba e le scollature che lasciavano indovinare i ritagli della sua pelle bianca e morbida.

Non ho risposto a Alba neanche quando mi ha scritto che non riusciva a ricordarsi della mia faccia e del colore che avevo dentro agli occhi e che aveva  conosciuto un ragazzo che le piaceva e usciva con lui. Non mi veniva di scrivere, nemmeno la rabbia e le fitte che mi dava il pensiero di Alba tra le braccia di un altro, mica potevo combattere pure per mantenermi la ragazza!

Per fortuna ho letto la lettera quando avevo l’unghia dell’alluce incarnita; una tribolazione quelle scarpe strette, levate a un compagno morto, che a lui tanto non servivano più e invece io dovevo trascinarmi i piedi sulla neve con gli scarponi che mi avevate comprato voi, ormai tutti sgarrati, che dovevo legarli con lo spago per tenerli attaccati ai piedi.

Le scarpe che ho preso al compagno morto erano di due misure più piccole della mia e mi stringevano da morire sui piedi semicongelati e gonfi di geloni. Non mi sono accorto dell’unghia, finché non ho visto che era diventata rosso- bluastra e il dito mi pulsava come quando ti prendi una paura e il cuore te lo senti nella gola. Che il cuore m’è finito nel piede? Facile, ce l’ho ovunque con questi spaventi che ci prendiamo, mi sono detto. Insomma mi è venuto l’ascesso.

C’era un tenente che nella vita faceva l’infermiere e che mi ha inciso il giradito con un paio di forbiciacce arrugginite, sterilizzate col cognac. E’ andata bene, ve l’ho detto madre, è questione di fortuna, è una collana di eventi che ti si risolvono a favore; chiodo schiaccia chiodo, dolore al piede schiaccia dolore per la lettera di Alba. Altro che provvidenza!

State zitti, tutti! Spegnete la lampada che verranno giorni da lupi, altro che canti e balli mica è finita la guerra.

Pubblicato: 25 maggio 2015 in Senza categoria

Anna Laura Bobbi: Ventisette racconti

Categoria: SCRITTURE

di Antonio Fresa

domenica, 24 maggio 2015
Una raccolta di racconti che esplorano la complessità dei rapporti umani e il valore della memoria dei luoghi e delle persone.

1) Inquadrare i racconti
ventisette racconti anna laura bobbiPer avvicinarci alla raccolta di racconti diAnna Laura Bobbi, mi sembra opportuno e necessario offrire alcune brevi osservazioni che possano accompagnare il lettore nell’incontro con i testi: nessuna pretesa di esaustività o di giudizi definitivi.
Se l’espressione è adeguata, parlerei, piuttosto, del diario di un lettore che prova a condividere, con altri lettori, le riflessioni intorno ad un testo.
Senza queste osservazioni, dal punto di vista che propongo, potrebbero non risultare, infatti, del tutto evidenti i meriti insiti in quest’opera e l’importante ruolo che in essa giocano il tono complessivo della narrazione e la tensione etica della scrittura.
Il primo punto sul quale invitare il lettore a convogliare l’attenzione, è la forza narrativa del racconto stesso; tale formula, negli apparati che accompagnano il cammino della storia letteraria, non è sempre di facile sistemazione.
In effetti, due estremi ci attendono, nella predilezione o nel rifiuto di quella formula narrativa che è il racconto: ci sono scrittori salutati come grandi maestri del racconto e scrittori che dal racconto si sono tenuti sempre alla debita distanza.
Questo spazio, così immediatamente estremizzato, ci lascia intendere la scivolosità del terreno del racconto, sempre a rischio di un giudizio legato alla mancanza, alla brevità, come una sorta di romanzo non sbocciato, o non sviluppato del tutto nelle sue valenze e possibilità.
Il lettore, nella sua frequentazione dei testi, difficilmente avrà scansato l’annoso dibattito sulla difficile linea di separazione fra il romanzo breve e ilracconto lungo.
Il rischio da evitare di cadere nel semplice bozzetto, o, assecondando un tipo di sensibilità del tutto opposto, il cammino dei piccoli “poemi in prosa” sono, infine, altre e sufficienti estremizzazioni per consentire a noi tutti di ipotizzare un quadro di riferimento entro cui accogliere i racconti.
In uno schema riassuntivo, potremmo affermare che nella definizione di “racconto”, la nostra tradizione letteraria ha finito con il comprimere un’ambigua serie di rimandi che, non a caso, coprono lo spazio che separa la prosa dalla poesia, fino al tentativo di descrivere e codificare il romanzo stesso. Si aprirebbe così una sorta di “terra di mezzo” che, nella sua incertezza e nella sua renitenza a farsi immediatamente cogliere, rende i racconti, almeno per chi è qui chiamato a scrivere, una delle forme più intriganti dell’intero panorama letterario.
Non è un caso, infatti, che grandi autori – Maupassant, Carver, Pirandello, Verga, e su tutti, forse, Cheever – hanno saputo rendere insostituibile il racconto, facendoci comprendere non solo la sua dignità, ma anche la sua ineludibile particolarità, il suo timbro, la sua impostazione.
Abbiamo così provato ad affrontare l’aspetto “identificativo del testo”.

2) Dare voce
In un suo famoso discorso, pubblicato in Italia con il titolo “La missione dello scrittore”, Elias Canetti definiva, con parole di rara intensità, il compito che ogni autore, che voglia avere la pretesa di raccontarci spicchi di realtà, dovrebbe far proprio.
Riporto direttamente le sue parole:
Questo, secondo me, è il vero compito degli scrittori. Grazie a una capacità che una volta era di tutti e che ora è condannata all’atrofia, capacità che essi ad ogni costo hanno il dovere di conservare, gli scrittori dovrebbero tenere aperte le vie d’accesso tra gli uomini. Dovrebbero essere capaci di diventarechiunque, anche il più piccolo, il più ingenuo, il più impotente.”.
Come ripercorrere le parole di Canetti e come giudicarle? In primo piano, mi sembra vada posto l’enorme impegno etico che esse comportano per chi si avventura nella scrittura e nella narrazione.
Nell’edizione che ho avuto la fortuna di leggere, sono rese ben visibili le due parole che anche qui abbiamo evidenziato: tra e chiunque.
Il vero scrittore, secondo il monito di Canetti, abdica, dunque, alla pretesa di narrare se stesso; il vero scrittore sa vivere una continua, faticosa e intensa metamorfosi che lo porta a entrare “nella pelle degli altri”, “negli occhi degli altri”, “nella voce degli altri”.
Assumere il punto di vista di chi non ha strumenti per raccontarsi, offrire la propria penna a chi non sa descrivere il dolore o anche la gioia che lo opprimono, prestare il proprio fiato a chi non ha più la voglia di respirare: questo il compito per chi sa entrare tra gli uomini e sa narrare la vita dichiunque, perché chiunque ha una preziosa storia da narrare e mostrare.
Così potrebbe esser continuato un lungo elenco degli elementi che lo scrittore decide di mettere a disposizione di altri esseri umani che sono soli, o negletti, o dimenticati.
Il circolo si chiude, seguendo sempre le parole di Canetti, quando, incredibilmente e meravigliosamente, lo scrittore scopre che narrare degli altri serve a narrare di sé, di quell’umanità che resta imprigionata in ogni essere umano, di quella passione che anima ogni vita, di quella linfa che scorre in tutte le anime. Così si compie il miracolo continuato e ripetuto della parola letteraria, di quella parola che non appartiene allo scrittore, ma al suo testo, alla sua narrazione, al suo racconto, quasi come qualcosa che viva una vita autonoma: quella vita autonoma è la vita di tutti quelli che lo scrittore ha saputo trarre dall’ombra e dal silenzio, prestando la sua voce.
Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria. Questa la traccia che abbiamo seguito per legare i racconti di Anna Laura Bobbi alla citazione di Canetti.
Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria: queste le parole di Anna Laura Bobbi. Questo passaggio è quasi nascosto o lasciato cadere lì in un racconto, in un percorso narrativo.
Sembra, infatti, che la Bobbi abbia piena consapevolezza della metamorfosi che è chiamata a compiere per raccontare tante storie di donne e uomini, ma sembra anche che l’autrice non voglia costringere il lettore a prendere questa capacità come cifra della sua scrittura.
In altri termini, la scrittrice vuole attirare il lettore prima con la forza espressiva della sua parola, e poi mostrargli la forza etica di quella scrittura stessa.

3) Raccontare gli assenti
Non appaia strano questo movimento, questo tentativo di dissimulare lo sforzo di attenzione: è proprio in questa ritrosia che si raccoglie in pieno la forza con cui Anna Laura Bobbi tratta le creature che entrano nel suo universo narrativo. Non ci sono slogan, non ci sono urla, non ci sono ammonimenti di carattere moralistico. La parola mostra e racconta; è un lavoro al tornio che lentamente definisce l’oggetto sgrossandolo e ponendolo al centro del testo.
Luoghi, persone e oggetti assumono in questi racconti – tutti accomunati da una grande cura nelle scelte linguistiche e semantiche per descriverli – un’identità ben definita ed emergono dalla trama delle singole storie, restando indelebili nella memoria del lettore.
Nelle pagine di questa raccolta, la Bobbi – si tratti di un vicolo della sua città natale o di una sperduta landa dell’America centromeridionale – pone la stessa cura nella scrittura e la stessa intensità nella descrizione, per far intendere a chi non ha visto o a chi ha fatto finta di non vedere.
Le parole della scrittrice portano luce: negli angoli più riposti dell’animo umano indagando motivazioni e pulsioni; negli spazi dei vicoli e delle strade della memoria; nelle piante che con la loro fiorita ciclicità accompagnano le stagioni della vita. La parola serba quello che è stato sentito, amato, creduto, sperato, detto, affermato.
Una finestra o una porta, nel loro esser aperte o nel loro rimaner chiuse; una voce nell’intonare la parola giusta o nel suo farsi inesprimibile singulto, sono dettagli che il viaggiatore, attento dello spazio e del tempo, sa osservare, immagazzinare, e infine riportare alla vita. Da questa serie di piccoli miracoli ed epifanie nasce il fascino dei racconti di Anna Laura Bobbi.
Antonio Fresa

27 inviti

Con ritrosia
quasi balbettando si affacciano
tra le foglie
a dire -ci siamo-
   piccole volontà di risalita
E tutto il colore che vuoi

Prefazione di Antonio Fresa 

Per avvicinarci alla raccolta di racconti di Anna Laura Bobbi, mi sembra opportuno e necessario offrire alcune brevi osservazioni che possano accompagnare il lettore nell’incontro con i testi: nessuna pretesa di esaustività o di giudizi definitivi.

Se l’espressione è adeguata, parlerei, piuttosto, del diario di un lettore che prova a condividere, con altri lettori, le riflessioni intorno a un testo.

Senza queste osservazioni, dal punto di vista che propongo, potrebbero non risultare, infatti, del tutto evidenti i meriti insiti in quest’opera e l’importante ruolo che in essa giocano il tono complessivo della narrazione e la tensione etica della scrittura.

*             *             *

Il primo punto sul quale invitare il lettore a convogliare l’attenzione, è la forza narrativa del racconto stesso; tale formula, negli apparati che accompagnano il cammino della storia letteraria, non è sempre di facile sistemazione.

In effetti, due estremi ci attendono, nella predilezione o nel rifiuto di quella formula narrativa che è il racconto: ci sono scrittori salutati come grandi maestri del racconto e scrittori che dal racconto si sono tenuti sempre alla debita distanza.

Questo spazio, così immediatamente estremizzato, ci lascia intendere la scivolosità del terreno del racconto, sempre a rischio di un giudizio legato alla mancanza, alla brevità, come una sorta di romanzo non sbocciato, o non sviluppato del tutto nelle sue valenze e possibilità.

Il lettore, nella sua frequentazione dei testi, difficilmente avrà scansato l’annoso dibattito sulla difficile linea di separazione fra il romanzo breve e il racconto lungo.

Il rischio da evitare di cadere nel semplice bozzetto, o, assecondando un tipo di sensibilità del tutto opposto, il cammino dei piccoli “poemi in prosa” sono, infine, altre e sufficienti estremizzazioni per consentire a noi tutti di ipotizzare un quadro di riferimento entro cui accogliere i racconti.

In uno schema riassuntivo, potremmo affermare che nella definizione di “racconto”, la nostra tradizione letteraria ha finito con il comprimere un’ambigua serie di rimandi che, non a caso, coprono lo spazio che separa la prosa dalla poesia, fino al tentativo di descrivere e codificare il romanzo stesso. Si aprirebbe così una sorta di “terra di mezzo” che, nella sua incertezza e nella sua renitenza a farsi immediatamente cogliere, rende i racconti, almeno per chi è qui chiamato a scrivere, una delle forme più intriganti dell’intero panorama letterario.

Non è un caso, infatti, che grandi autori – Maupassant, Carver, Pirandello, Verga, e su tutti, forse, Cheever – hanno saputo rendere insostituibile il racconto, facendoci comprendere non solo la sua dignità, ma anche la sua ineludibile particolarità, il suo timbro, la sua impostazione.

Abbiamo così provato ad affrontare l’aspetto “identificativo del testo”.

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In un suo famoso discorso, pubblicato in Italia con il titolo “La missione dello scrittore”, Elias Canetti definiva, con parole di rara intensità, il compito che ogni autore, che voglia avere la pretesa di raccontarci spicchi di realtà, dovrebbe far proprio.

Riporto direttamente le sue parole:

“Questo, secondo me, è il vero compito degli scrittori. Grazie a una capacità che una volta era di tutti e che ora è condannata all’atrofia, capacità che essi ad ogni costo hanno il dovere di conservare, gli scrittori dovrebbero tenere aperte le vie d’accesso tra gli uomini. Dovrebbero essere capaci di diventare chiunque, anche il più piccolo, il più ingenuo, il più impotente.”.

Come ripercorrere le parole di Canetti e come giudicarle? In primo piano, mi sembra vada posto l’enorme impegno etico che esse comportano per chi si avventura nella scrittura e nella narrazione.

Nell’edizione che ho avuto la fortuna di leggere, sono rese ben visibili le due parole che anche qui abbiamo evidenziato: tra e chiunque.

Il vero scrittore, secondo il monito di Canetti, abdica, dunque, alla pretesa di narrare se stesso; il vero scrittore sa vivere una continua, faticosa e intensa metamorfosi che lo porta a entrare “nella pelle degli altri”, “negli occhi degli altri”, “nella voce degli altri”.

Assumere il punto di vista di chi non ha strumenti per raccontarsi, offrire la propria penna a chi non sa descrivere il dolore o anche la gioia che lo opprimono, prestare il proprio fiato a chi non ha più la voglia di respirare: questo il compito per chi sa entrare tra gli uomini e sa narrare la vita di chiunque, perché chiunque ha una preziosa storia da narrare e mostrare.

Così potrebbe esser continuato un lungo elenco degli elementi che lo scrittore decide di mettere a disposizione di altri esseri umani che sono soli, o negletti, o dimenticati.

Il circolo si chiude, seguendo sempre le parole di Canetti, quando, incredibilmente e meravigliosamente, lo scrittore scopre che narrare degli altri serve a narrare di sé, di quell’umanità che resta imprigionata in ogni essere umano, di quella passione che anima ogni vita, di quella linfa che scorre in tutte le anime. Così si compie il miracolo continuato e ripetuto della parola letteraria, di quella parola che non appartiene allo scrittore, ma al suo testo, alla sua narrazione, al suo racconto, quasi come qualcosa che viva una vita autonoma: quella vita autonoma è la vita di tutti quelli che lo scrittore ha saputo trarre dall’ombra e dal silenzio, prestando la sua voce.

Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria. Questa la traccia che abbiamo seguito per legare i racconti di Anna Laura Bobbi alla citazione di Canetti.

Noi erigiamo racconti per divellere il silenzio e deragliare l’incuria: queste le parole di Anna Laura Bobbi. Questo passaggio è quasi nascosto o lasciato cadere lì in un racconto, in un percorso narrativo.

Sembra, infatti, che la Bobbi abbia piena consapevolezza della metamorfosi che è chiamata a compiere per raccontare tante storie di donne e uomini, ma sembra anche che l’autrice non voglia costringere il lettore a prendere questa capacità come cifra della sua scrittura.

In altri termini, la scrittrice vuole attirare il lettore prima con la forza espressiva della sua parola, e poi mostrargli la forza etica di quella scrittura stessa.

*             *             *

Non appaia strano questo movimento, questo tentativo di dissimulare lo sforzo di attenzione: è proprio in questa ritrosia che si raccoglie in pieno la forza con cui Anna Laura Bobbi tratta le creature che entrano nel suo universo narrativo. Non ci sono slogan, non ci sono urla, non ci sono ammonimenti di carattere moralistico. La parola mostra e racconta; è un lavoro al tornio che lentamente definisce l’oggetto sgrossandolo e ponendolo al centro del testo.

Luoghi, persone e oggetti assumono in questi racconti – tutti accomunati da una grande cura nelle scelte linguistiche e semantiche per descriverli – un’identità ben definita ed emergono dalla trama delle singole storie, restando indelebili nella memoria del lettore.

Nelle pagine di questa raccolta, la Bobbi – si tratti di un vicolo della sua città natale o di una sperduta landa dell’America centromeridionale – pone la stessa cura nella scrittura e la stessa intensità nella descrizione, per far intendere a chi non ha visto o a chi ha fatto finta di non vedere.

Le parole della scrittrice portano luce: negli angoli più riposti dell’animo umano indagando motivazioni e pulsioni; negli spazi dei vicoli e delle strade della memoria; nelle piante che con la loro fiorita ciclicità accompagnano le stagioni della vita. La parola serba quello che è stato sentito, amato, creduto, sperato, detto, affermato.

Una finestra o una porta, nel loro esser aperte o nel loro rimaner chiuse; una voce nell’intonare la parola giusta o nel suo farsi inesprimibile singulto, sono dettagli che il viaggiatore, attento dello spazio e del tempo, sa osservare, immagazzinare, e infine riportare alla vita. Da questa serie di piccoli miracoli ed epifanie nasce il fascino dei racconti di Anna Laura Bobbi.

Aria superflua

Pubblicato: 7 marzo 2015 in Senza categoria

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Infuriati in silenzio

vento caparbio

mentre rotoli nelle tue gare

e trascini nembi riarsi

ad implorare sosta.

Vedo procedere polveri,

e nuvole passare

un tonfo invoca

un gemito risponde.

Hai incappucciato

il mio verde

hai schermato quel raggio disilluso

che fa capolino testardo

tra il fluttuare rassegnato

di rami e foglie.

Galoppi e mormori

tempesti e sussurri ai lobi prosciugati

oggi arbitro del cielo

non sei pago di minacce.

In corsa

– dov’è la tua meta?-

In corsa

a ruzzolar per finta.

Aria potente sei  e rovinosa

ti riversi, ti intrufoli, ti imbatti

infinita superflua

aria.

Dalla silloge “Due chili di alici” EraNuova edizioni

per te mi trasfiguro

Al sole un raggio

carpisco
per rischiarare i tuoi occhi;
al vento un refolo

trafugo
per scompigliarti i capelli
e rubare sorrisi;
sottraggo al fuoco

scintille rutilanti,
di Amore rapisco

un dardo
per insinuarmi nelle tue carni,
vagare notturna

e invereconda
a perlustrare i sensi.
Al cuore arrivo
per ghermire la mente
mi trasfiguro
emozione tenera
sono.

Anna Laura Bobbi

Dalla silloge “Due chili di alici” edizioni EraNuova

Grafia lirica di Mauro Pulcinella

 

PREMIO MIMOSA NARNI

Pubblicato: 1 febbraio 2015 in Senza categoria

mimosa 2015

PREMIO MIMOSA 2015 – 10° edizione

I  ricordi, un inutile infinito,
ma soli e uniti contro il mare, intatto
in mezzo a rantoli infiniti..

Giuseppe Ungaretti da “Il Dolore (1937-1946)”

Ricordare, riportare al cuore come antica sede della memoria, per non perdere niente di quello che naturalmente esce dalla nostra vita. Niente e nessuno.

– Nell’attualità del cuore, Il ricordo richiama qualcosa che non è più qui o non è più adesso o almeno non lo è nella sua forma originale. E che però, per il solo tornare in cuore, rivive non mera fantasticheria ma sentimento concreto, esperienza diretta.

– Ricordare è la possibilità di consultare il passato, di interrogarlo, di distendersi ancora sopra di esso non per fuggire malati di nostalgia, ma per capire ed essere capaci di cura e di responsabilità nel presente e nel futuro.

– Ricordare per elevare la consapevolezza limpida di chi siamo, da dove veniamo e di dove abbiamo la possibilità di spingerci.

Il Comune di Narni- Assessorati alle Pari Opportunità e alla Cultura e l’Associazione Minerva in occasione dell’ Otto Marzo 2015 promuovono un concorso di scrittura narrativa finalizzato a promuovere il racconto di momenti in cui siano state vissute esperienze pertinenti con la tematica suggerita, per evocare ricordi significativi, per esprimere idee, sensazioni, stati d’animo, per affermare ideali, sogni, punti di vista.

Essendo questo il decimo anno di svolgimento del Premio, si è pensato di procedere, in collaborazione alla casa editrice Dalietta di Terni, alla pubblicazione di un’antologia in cui saranno inserite sia le opere vincitrici e menzionate nel corso degli anni, compreso quello in corso, sia le opere che, a parere della giuria, rivestono particolare significatività e spessore narrativo.

I racconti potranno riguardare storie di vita vissuta o di pura fantasia e dovranno avere per protagoniste le donne, con tutto ciò che il loro variegato universo può rappresentare.

Il punto di vista della narrazione e la sua focalizzazione sono liberi e i personaggi possono condurre la storia attraverso il racconto in prima o terza persona, il monologo, il flusso di coscienza, il dialogo epistolare o il diario.

L’iniziativa si propone di:

  • promuovere e valorizzare la cultura legata al mondo femminile;
  • affermare il punto di vista femminile;
  • contribuire a realizzare pratiche di uguaglianza delle opportunità;
  • contrastare la cultura falsamente neutrale di alcuni prodotti mediatici tesi a rendere la figura femminile oggetto di consumo, generando nuove discriminazioni e violenze;
  • esprimere, condividere e sostenere il valore delle differenze.

 

REGOLAMENTO

ART. 1

Il concorso è aperto a tutti, uomini e donne, di qualsiasi nazionalità ed età. Le scuole (medie inferiori e superiori) potranno partecipare con lavori sia individuali che di gruppo.

La partecipazione è gratuita.

ART. 2

I racconti, in lingua italiana, devono avere una lunghezza massima di 120 righe; ogni riga preferibilmente massimo di 60 battute e, comunque, in totale non oltre 7200 battute compresi gli spazi.

Al fine di consentire una corretta trasposizione dei testi, i racconti dovranno essere redatti in WORD (o similari) con caratteri di uso corrente e senza particolari formattazioni di testo.

I racconti non devono contenere  disegni, grafica e nessun altro tipo di illustrazione.

Ad esclusione delle scuole, ogni partecipante può inviare un solo elaborato.

Nel caso di autori minorenni è obbligatoria l’autorizzazione a partecipare da chi esercita la potestà parentale con la specifica dei relativi dati anagrafici. Nel caso di partecipazione delle scuole, sarà la scuola stessa ad impegnarsi per l’autorizzazione.

ART. 3

I racconti inediti e liberi da contratti editoriali dovranno essere inviati esclusivamente tramite mail entro e non oltre giovedì 26 febbraio 2015 ai seguenti indirizzi:

L’invio dovrà essere corredato dai dati identificativi dei partecipanti (nome, cognome, indirizzo, età, professione, recapiti telefonici), del titolo dell’elaborato e della categoria in cui si concorre:

–           categoria A), riservata agli adulti;

–           categoria B), riservata agli alunni alla scuola secondaria di 2° grado;

–           categoria C), riservata agli alunni della scuola secondaria di 1° grado.

Il racconto dovrà essere inoltrato unicamente a mezzo allegato anonimo, ripetendo nell’allegato solo il titolo e la categoria (A-B-C), onde consentire alla commissione una valutazione oggettiva dello stesso.

Delle mail pervenute complete di tutti i dati, sarà inoltrato alla presidente e ai membri della giuria solo l’allegato con il racconto completo di titolo e categoria.

Nel caso di partecipazione delle scuole, sarà la scuola stessa ad inviare via mail gli elaborati.

ART. 4

Non verranno presi in considerazione i racconti:

  1. che non rispetteranno quanto previsto all’art. 2;
  2. che perverranno oltre la scadenza prevista dal presente bando;
  3. che verranno inviati per vie diverse da quanto previsto all’art. 3.

ART. 5

Il presente bando viene pubblicizzato sui siti internet del Comune e dell’Associazione e tramite i media locali.

ART. 6

I racconti pervenuti saranno sottoposti all’esame di un’apposita giuria che definirà i criteri di valutazione e proclamerà  a suo insindacabile giudizio 3 racconti vincitori.

La giuria esaminatrice è così composta:

Presidente: Annalaura Bobbi (scrittrice)

Membri: Piera Piantoni (Assessore alle Pari Opportunità-Comune di Narni), Gianni Giombolini (Assessore alla CulturaComune di Narni) Roberta Isidori (Consigliera comunale Comune di Narni), Roberto Stopponi (Presidente Centro Studi Storici di Narni), Annamaria Amici (Dirigente scolastico), Chiara Rossi (Giornalista) Antonio Fresa (Insegnante),  Mauro Pulcinella (Direttore artistico Associazione Minerva-minervAArte).

Segreteria (senza diritto di voto): Mariacristina Angeli (presidente Associazione Minerva-minervAArte), Andreina Santicchia (Responsabile Attività Culturali Comune di Narni).

 

 

ART. 7

I vincitori verranno premiati con buoni per acquisto libri.

La premiazione verrà effettuata per categorie:

–           categoria A), riservata agli adulti;

–           categoria B), riservata agli alunni alla scuola secondaria di 2° grado;

–           categoria C), riservata agli alunni della scuola secondaria di 1° grado.

L’aggiudicazione, con la lettura dei brani vincitori, si terrà a Narni domenica 29 marzo 2015 alle ore 16.00 presso la Sala del Camino di Palazzo Eroli, alla presenza del Sindaco o dei suoi rappresentanti, dei componenti della giuria e di quanti vorranno partecipare.

ART. 8

Il Comune di Narni e l’Associazione Minerva si riservano la facoltà di pubblicare gli elaborati nei propri siti e di diffonderli tramite altri supporti di comunicazione.  I partecipanti al concorso cedono, contestualmente all’invio dei racconti, il diritto di pubblicazione  senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore; i diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli autori.

ART. 9

I racconti premiati, menzionati e selezionati negli anni, saranno raccolti in una pubblicazione che verrà presentata nella 10 ° edizione del Premio Mimosa.

ART. 10

La partecipazione al concorso comporta da parte dell’autore, sotto la sua responsabilità, la implicita dichiarazione che le opere sono di sua produzione.

ART. 11

INFORMATIVA ai sensi della legge 196/2003 sulla tutela dei dati personali.

Il trattamento dei dati, di cui  si garantisce la massima riservatezza, è effettuato esclusivamente ai fini inerenti il concorso.

ART. 12

La partecipazione al concorso implica la completa accettazione del regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali.

 

INFO:

Attività Culturali – Comune di Narni 0744 726362

andreina.santicchia@comune.narni.tr.it

http://www.comune.narni.tr.it

 

Associazione Minerva 333 9144745; 0744 751626

contatto facebook: Associazione minervA minervA Arte e/o Mariacristina Angeli

associazioneminerva@virgilio.it

http://www.associazioneminervanarni.it

Due gennaio

Pubblicato: 2 gennaio 2015 in Senza categoria

VICOLO DELLA MEMORIA

Adoro addobbare l’albero di Natale quasi quanto mi piace smontarlo, riporre i decori nella loro scatola, scollegare delicatamente le luci, avvolgerne con cura i fili e imbustarle separate dalle palline. Poi mi dedico all’albero, rigorosamente vero e, possibilmente, conservato anno per anno nel piccolo spazio verde che ho allestito sul vicolo di casa mia. Quest’anno sono riuscita a salvare quello dell’anno precedente dalla tramontana e dai rigori invernali ed estivi; allora con fierezza  mi sono detta che, oltre al risparmio di denaro e soprattutto di fatica – l’acquisto in serra, il trasbordo in macchina, l’altro trasbordo dalla macchina a casa con tre rampe di scaloni – avevo il privilegio di abbellire una creatura la cui esistenza era dipesa dalle mie cure. Succede così per ogni pianta che mi ritrovo in casa, le curo certo perché mi piacciono, ma essenzialmente perché mi sento responsabile  del loro ciclo vitale. Così come succede con gli animali, due gatti, e, che lo dico a fare? con le persone, siano esse familiari o alunni. In tutto quello che succede agli altri io sento il peso schiacciante della mia responsabilità. E’, senza dubbio, una cifra generazionale, comunque è la mia cifra e, soprattutto è fonte di ansie e turbamenti. Così ci azzecca la cura per l’albero, perché dopo qualche giorno che è addobbato e pimpante di sfavillii, comincio a darmi pena per la sua essenza vegetale; soffrirà il caldo, e allora preparo il ghiaccio in cubetti e ogni sera ne cospargo la terra previo sollevamento di fili elettrici e fiocchi vari; il peso dei decori può snervare i rami e allora sposto all’interno le palle e le figurine in modo che i rami più delicati non abbiano a soffrirne. Insomma alla fine, il due gennaio, dopo la cena con i familiari del primo agghindata con il luccichii di rito, mi alzo alla mattina,  mi sussurro le parole che mamma, ritualmente rivolgeva al sette gennaio – oggi sono gli Innocentini, finite le feste e i quattrini e mi rivolgo all’abete, a mio giudizio sofferente, e gli sussurro : – Caro mio, si smobilita, si torna alla serietà del verde, all’austerità del tuo vicolo che non sarà un bosco ma è pur sempre il tuo habitat. Non mi preoccupo per niente della scadenza stabilita dal festeggiamentificio nazionale (il sei gennaio), tanto i miei bambini sono grandi bambini, se ne fregano dell’albero e la befana non l’aspettano più. Allora ti riporto fuori e speriamo che la tramontana per quest’anno abbia finito il turno. In ogni caso, se dovessi cadere, sappi che io sarò pronta a rialzarti.

Mentre ripongo gli addobbi nella scatolona a fiori leggermente sbiadita dal tempo, mi perdo in considerazioni puntualmente lugubri ma necessarie che partono sempre dalla prima: mi sono stufata dei colori e delle forme, mi sono stufata della grandezza smisurata rispetto alle mie forze che scemano, il prossimo anno metterò semplicemente in mostra il piccolo alberello di vetro regalatomi da amici cari e, inconsapevolmente, previdenti. Il prossimo anno… mi dico, assalita dalla tristezza di pensare che ogni anno siamo stati inevitabilmente in meno rispetto all’anno precedente, vuoi per le bufere vuoi per le derive. A questo punto mi faccio sussultare da un sano ed egoistico blocco mentale che trascina via la tentazione di pensare al futuro. Il futuro è oggi. Sento ancora mia madre che diceva – ogni giorno ha il suo male- ma anche il suo bene, aggiungo io. Se ci sarò o meno, se le bufere supereranno le bonacce, allora io mi attrezzerò come ho sempre fatto. In ogni caso, scrivo e scrivendo mi regalo l’antidoto del “Buon anno”. Che sia come gli pare: se fosse un fiore, sceglierei un girasole, se fosse un albero una quercia, se fosse un uomo sceglierei, come ho sempre fatto, il mio.

Corre l’anno come il vento

Pubblicato: 29 dicembre 2014 in Senza categoria

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Diario ventoso di un giorno di tramontana da una serata che scruto con l’occhio raggelato incollato sul vetro della finestra. Scossa l’immensa quercia che campeggia nel piazzale antistante il mio palazzo, scotennate le teste dei rari passanti. Se ne corre via l’anno portandosi dietro il suo bagaglio di vita, trascinando nella mareggiata un traghetto infiammato e il suo tributo di vittime, un aereo disperso e il suo cordoglio di pianto funebre affidato ai marosi. Va tutto e parecchio storto qui e nel mondo, mentre apprendiamo con sollievo che stapperemo lo spumante sulle note melense della voce di Gigi d’Alessio oppure sui gridolini casarecci di Insinna e sulle cosce scosciate delle subrettine che ci sorrideranno dagli schermi invitandoci a brindare che è l’anno nuovo che è vita nuova che tutto sarà diverso. Per i disoccupati, per i senzatetto, per i politici, per i giornalisti: un giorno franco, poche ore di apnea condite dagli spari dei botti faidate e da qualche mano che ci rimarrà ustionata. Ma il vento ulula, urla, se ne frega di strappare i capelli ai pelati, i polpastrelli agli spolpati, le meningi agli spensierati. Corre l’anno col vento e il sollievo che finalmente la neve è arrivata sule piste degli sciatori che poveretti a far le vacanze senza un briciolo di bianco candore ci perdono gusto e gli albergatori ci rimettono e il Paese non si riprende. Corre il vento con l’anno e correrei anche io se il bagliore del fuoco acceso non mi incatenasse alla mia casa, ai miei libri, alle mie faccende che ho imparato ad amare. Di necessità virtù, di virtù amore e sobrietà. Di frugalità e serietà. Un anno serio come questo vento che non scherza, è proprio un vento vero e lo patiamo tutti o se lo gode chi lo ama. Un vero inverno con un vento sferzante e gelato. Nessuna patina di celluloide, natura pura. Forse di questo abbiamo bisogno e, per ognuno di noi, sia un anno, ma per molti lo è già, di autenticità e fierezza. Comunque soffi il vento.

Laggiù

Pubblicato: 25 dicembre 2014 in Senza categoria

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Laggiù
sotto l’imballaggio refrattario della pelle
dove sappiamo mantenere il silenzio
o romperlo in parole
tutto quello e tutti coloro
che siamo
indovinarci senza pelle
indovinare la nostra solitudine
in mezzo alla marea
come brace di un unico fuoco.
Per entrare nei momenti degli altri
prima che essi escano dai nostri
fuoco lava e pietre incandescenti
laggiù si fondono
in vulcani di folla
ognuno con il suo corpo
come parole che vedono la luce
fischiettando e con le mani in tasca
uccelli ubriachi di gioia
in giardini imbiancati di gelo.

Dove nasce l’aurora

Pubblicato: 13 dicembre 2014 in Senza categoria

albero

Ho camminato sui carboni ardenti

coi piedi nudi e privi di ali

le labbra serrate mormoravano mute

nel masticare sassi strappati al greto del fiume.

Ogni luce di luna era lanterna

soffusa e racchiusa in labirinti di vene

un passo e un salto

un salto e indietreggiare

avanti lontano

ma dove?

Un tappeto di neve soffice

a imbiancare l’argento dei capelli

una finestra chiusa vorrei

sulle voci sulle parole sui miei occhi.

Senza rincorrere stanca il rosario dei giorni

e luminarie che illudono il deserto.

Solo balsami e versi quando di notte i sogni

segnano le ore e spii tra le imposte

uno spiraglio di aurora.