“I Duellanti di Algeri” di Francesco Randazzo

Pubblicato: 27 maggio 2019 in recensioni
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L’essenza del libro “I duellanti di Algeri” scritto da Francesco Randazzo, autore geniale e poliedrico, regista e maestro d’arte, può essere ricondotta all’epilogo in cui la professoressa Inés Cilantro Pincel esprime la sua valutazione entusiastica della storia che le viene raccontata nel mezzo di un buffet in cui qualche bicchiere di vino scioglie la lingua del nostro autore. Una storia bellissima e incredibile in cui non c’è niente da dimostrare, una narrazione che vale per sé, viaggia nella storia con continue entrate ed uscite temporali in un gioco millenario di intarsi. Un’opera di fantasia che almanacca sul passato e parla del contemporaneo accennando con maestria alla necessità salvifica di un’enorme opera di soccorso e protezione della cultura per preservarla da una cospirazione potentissima che propugna un controllo sulle masse delle quali è necessario salvaguardare un livello prestabilito di ignoranza. Si affaccia il Randazzo che conosciamo, profondamente radicato nel presente che affonda la sua lama di parole selezionate e potenti nella questione delle questioni: la manipolazione delle coscienze perché «è più facile manipolare ignoranti senza fantasia né discernimento! E’ ovvio».

L’avvio della narrazione che si snoda con maestria su un’originale linea narrativa –  il cui incipit si dichiara alla metà del racconto, come una storia dentro ad un’altra storia,  che parte dal ritrovamento di un manoscritto di Cervantes in una biblioteca segreta che custodisce libri inesistenti – è una tenzone spettacolare di idee sulla vita, sulla realtà e il potere, sull’amore, tra Antonio Veneziano, un poeta siciliano e l’intramontabile padre della letteratura spagnola Miguel Cervantes “Erano, questi due hidalgos fierissimi, accomunati dalle menti affilatissime, dal fiorire dei pensieri e invenzioni verbali vividissime, distinti però nel fisico e nel carattere come il giorno e la notte”.

Il primo palcoscenico del romanzo è un’oscura cella delle prigioni del crudele Assan, signore di Algeri nell’ultimo scorcio del 1500. «Stremati nel fisico ma impuntati nell’orgoglio della mente, l’unica cosa che, avevano capito, potesse salvarli dall’impazzimento e dall’abbandono d’ogni residua volontà d’esistere, ogni notte si fronteggiavano, l’uno dinanzi all’altro, diritti per quanto la loro debolezza gli permettesse, con gli sguardi l’uno sull’altro e un sorriso di sfida e complicità». La loro sopravvivenza è affidata alla salute dell’anima e della mente che curano con la creazione di realtà immaginarie e di storie prodigiose e potenti capaci di spaesarli per consentire loro di involarsi al di sopra delle crudeltà che quotidianamente vivono. Si unisce alla compagnia, inserito in funzione di spia dal perfido Assan che vuole conoscere i piani di fuga dei due valorosi, un andaluso, antesignano di Sancho Panza, tale Pancho Barrigòn, rivelatosi poi estimatore dei due personaggi e loro compagno d’avventura. Quando si realizzano i piani di fuga dei nostri eroi, sui tre personaggi si apre l’indefinibile vastità del mare e le loro avventure proseguono coinvolgendo il lettore in un continuo cambio di scena dai fondali fantasmagorici: dal traino dei delfini all’isola delle pecore cannibali e al canto della pecora con il volto di teneri lineamenti, Lisabella Candida.

Assistiamo in questo romanzo al trionfo della fantasia e dell’immaginazione unite alla consapevolezza dei pericoli che corre l’essenza dell’uomo nella nostra contemporaneità; lo dichiarano le parole stesse di uno dei personaggi, Antonio Veneziano, che ad un certo punto della storia afferma: «La realtà è una prigione, Don Miguel. Devo romperla, frantumarla, raccoglierne i cocci e ricomporla ogni giorno. Con questi versi, con questo amore mio disperato e tradito, io faccio i conti con le ragioni stesse della mia esistenza. Nessuno sa quanto io ne soffra. Nessuno immagina quanto questo soffrire in me rischiari, con la luce della fantasia, l’oscurità interiore che mi tormenta; e anche se solo per pochi istanti, io ho l’illusione, la speranza di una felicità semplicissima e immensa».

La narrazione spazia con estrema libertà alternando mondo reale con scenari immaginari, e viaggia con brusche andate e ritorni anche dal passato al presente. Lo stile espositivo è perfettamente coerente con le alterne vicende, e capace di creare una promiscuità di toni adatti ai diversi scenari. L’autore ci fa dono di un’espressività composita, burlesca o eroicomica e, talora, epica. L’inserimento dei versi poetici contribuisce a rendere l’opera ariosa e dinamica come si confà ad un racconto di viaggio scandito da innumerevoli colpi di scena e approdato alfine, e non casualmente, in Sicilia, terra natia dell’autore.

La ricchezza inventiva ed espressiva di questo romanzo, pertanto, chiama in causa altri importanti autori del versante visionario della scrittura siciliana, come ad esempio Angelo Maria Ripellino, Giuseppe Bonaviri, Antonio Russello o Gesualdo Bufalino.

In un’intervista, alla richiesta di consigli ai giovani che oggi in Italia vogliono fare i registi, gli autori o gli attori, Randazzo risponde: «non seguite i consigli, ma studiate come matti, siate propositivi, scavalcate gli ostacoli, siate nomadi, generosi, umili ma testardi, rompicoglioni e creativi: questo è il minimo che serve».

In queste parole si ravvede la cifra di un autore a tutto tondo, coltissimo e teneramente schivo come un cavaliere d’altri tempi, dotato di un’umanità che rifugge i circuiti mercantili e votata all’impegno culturale e alla drammaturgia militante.

Anna Laura Bobbi

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