Archivio per 2 febbraio 2015

Viola violino – Racconto inedito

Pubblicato: 2 febbraio 2015 in Scrittura

violino

Eccolo lì. Rinchiuso nella sua custodia di pelle. Addossato al mobile e abbandonato da giorni, silente come un’ora notturna. Vuoto. Ci passo davanti con aria di sfida, neanche oggi, gli urlo piena di rabbia, neanche oggi t’imbraccerò, te la sei voluta. Non risponde il mio violino. E come potrebbe farlo? E’ pur sempre un violino, un oggetto, una cosa senza anima. Una cosa senz’anima perché la mia s’è involata.

Vago per le stanze della mia casa anch’esse svuotate. Ho venduto tutto, mobili, tendaggi, le sculture che avevo selezionato minuziosamente, i quadri alle pareti. Tutto. E’ tutto vuoto, tranne la mia camera in cui troneggia il mobile che serve per appoggiare il mio violino.

Papà ritorna a casa avvolto da un sorriso. Lo so che ha in serbo una sorpresa per me. Lo vedo dagli occhi che risplendono, dal sorriso che cerca invano di dissimulare e dalle mani che tiene nascoste dietro la schiena.

Stai lì, maledetto incantatore di serpenti. Ad una ad una staccherò le tue corde come si disossano i maiali. Distruggerò scaglia per scaglia il tuo prezioso corpo di legno e ne getterò i brandelli nel fuoco.

Mio padre sfila le mani dalla schiena e disvela un pacco voluminoso. E’ per me, lo so. E’ il mio sogno che si materializza. Non avevo creduto al suo viaggio di lavoro, lo sentivo che partiva per me, per ridare fiato alle mie mani, aria alla mia mente e un accenno di sorriso alle labbra che da giorni tenevo serrate. Mi precipito vicino a lui, gli strappo il pacco dalle mani e lo soppeso da ogni lato. Sì, può essere, le dimensioni sono quelle giuste e anche la forma può corrispondere.

E’ il violino! Papà ha attraversato lande misteriose per trovare rimedio alla mia tristezza. Sa che a breve dovrà morire e che io rimarrò sola. Il regalo è una sorta di amuleto, mi spiega, un simbolo magico del suo amore che non dovrà mai sparire.

Sono anni che mio padre è morto, non sei più il mio guardiano e non andrai più da solo a conficcarti negli affari miei.

Ho svuotato la casa dei miei genitori. E’ stata la conseguenza di un accesso d’ira. Un altro amore  sbagliato Come lo so? Lui, il violino, stramaledetto strumento di tutoraggio, infarcito di non so quale diavoleria, l’ha fatto di nuovo.

Ero in casa con Simone, un ballerino di tango, eravamo tornati stremati e innamorati dall’ultima tournee e ci eravamo sdraiati sul divano. La sua mano si era pian piano mossa verso la mia spalla. Carezze sottili, sospiri sussurrati, abbraccio serrato, labbra contro labbra, mentre il languore saliva come  un’onda tiepida  che spossa ossa  e afferrava con mille invisibili ali  le  membra del mio corpo. La testa con i grilli e il fuoco a scorrere  e il cuore a martellare.

D’improvviso il suono. Stridulo di violino scordato o mal condotto. E’ salito sommesso dal ventre della stanza e si è propagato intorno con prepotenza, aspro e intollerabile.

Chi c’è in casa? Esclamò Simone, balzando in piedi. Nessuno Simone, è il violino. E chi è quel cane che lo suona? Non c’è nessuno a suonare, è lui. Simone mi ha guardato con aria di scherno,  ha afferrato le sue cose ed è sparito.

Fuori un altro!

Era il quinto. Il quinto uomo con cui tentavo di costruire una relazione duratura. Sbagliato pure lui, congedato su decisione di uno strumento musicale. E io succube a dargli retta.  Il fatto è che lui ha avuto sempre ragione, non so ancora quale strano sortilegio si sia compiuto con la sua costruzione. Lui aveva ragione, ormai lo sapevo, inutile prendere informazioni, quell’uomo si sarebbe rivelato come l’ennesima delusione. Così ho preferito ingurgitare la sparizione e ignorare i particolari di quell’illusione sfumata .

L’ ultima botta!  Ma io questa non l’ho digerita, volevo vivere quell’amore con tutta me stessa, magari piangerci sopra disperata. Per una volta, lo implorai, ti prego padre violino, voltati dall’altra parte, fammi vivere almeno una notte d’amore con lui.

Niente da fare, il suo incantesimo era efficacissimo e funzionava come una pistola scacciacani.

E allora ho deciso: ho venduto tutto, ho svuotato la casa di mio padre. Manca solo lui, l’incarnazione dei miei fallimenti. Non potevo venderlo, non si può mettere all’asta un pezzo della propria vita. Da bambina mi dicevano che le icone sacre, i santini, non si possono strappare, vanno bruciate se si vuole distruggerle. Le monache questo sostenevano e le convinzioni che si formano quando sei bambino hanno il sapore della sacralità, sono una sorta di riti apotropaici che ti si spalmano addosso, sulla pelle e allora non le puoi togliere a meno che tu non voglia rimanere sbucciata. Anche il violino rifulge di questo alone. Inoltre lui non è solo uno strumento musicale, è l’anima di mio padre, i suoi occhi che mi rimproverano perché ho buttato all’aria anni e anni di studi … non puoi sconfiggere la morte, ma puoi sconfiggere la morte in vita  e io mi sbarazzerò della sua anima,  distruggerò lui, il violino. Aderire finalmente alla realtà e costruire un’esistenza senza sogni, senza illusioni, senza chimere, senza fantasticherie. Uscire dalla bolla e camminare nel mondo.

Ho preparato il rito sacrificale.  Foglie di alloro per il mio violino, la gloria che ho rincorso, aghi di pino per il mio violino, la resina che ha avviluppato i miei sogni, ambra liquida figlia della terra per il mio violino, sgorgata dalle lacrime delle sorelle di Fetonte e condensata qui  per donarmi la concentrazione necessaria al nuovo che devo far nascere,  in questa stanza denudata dal mio furore. Voglio prima dormire, un sonno cupo, nero e profondo come quello in cui precipiti sempre più al fondo di una spirale aggrappata alle nuvole. Precipito e il mio violino inizia a suonare mentre la musica s’impossessa di me. Sogno di scivolare sulle braccia di questo larghetto affettuoso in sei ottavi e riconosco il trillo del diavolo di Tartini, le mie mani si muovono con rapidi funambolismi. Si aggrava la musica e rimango in sospensione, come in attesa mentre si compone una figura sopra di me che mi guarda. Ma non ho paura, è una profilo noto che rincuora e sembra colmare quel vuoto che da mesi mi dilania. S’intrecciano nella musica le due arie, una impetuosa, l’altra grave, mesta ma senza tristezza. Sopraggiunge un altro movimento che incalza il mio sogno e poi ripiega l’armonia che si fa pensosa. Un sogno pensoso punteggiato dal suono di un trillo. Quel diavolo di violino lo sa sì come prendermi. Un trillo pensoso dal sapore di sfida suggerito da un violino incantato incantatore bastardo e presuntuoso che mi sfida a un’ennesima competizione.

Sono di nuovo sveglia e muovo intorno gli occhi a commentare l’esito del furore che mi ha colto. Prima, prima del trillo. E tutte le decisioni di fuga sono evaporate come i propositi che ti fai in preda a una sbronza. Lui campeggia scintillante e intonato in mezzo alla stanza disadorna, sopra al suo mobile. Ma non è riposto nella sua lucida custodia, è appoggiato al muro in orizzontale e le due effe sembrano atteggiate ad una smorfia. No! E’ un sorriso. Sorride quel diavolo di violino.

Viola violino a squarciagola di sogni a dimora, destino volteggia s’invola scolora innamora avvalora.